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Vermiglio, diretto da Maura Delpero, è il film che rappresenterà l’Italia nella selezione della cinquina finale nella categoria “Miglior film straniero” nella 97° edizione degli Academy Awards.
La decisione è stata presa da un team di esperti critici cinematografici istituito dall’ANICA che ha riconosciuto alla pellicola, già vincitrice del Leone D’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia, il merito di “raccontare l’Italia rurale del passato.”
Già dalla semplice descrizione della trama, sono riscontrabili elementi che rinviano a specifici meccanismi narrativi tipici delle opere del Neorealismo italiano. Sullo schermo osserviamo il racconto di una famiglia di bassa estrazione sociale, estremamente numerosa (la presenza dei bambini, a cui talvolta è affidato il punto di vista, ricorda la centralizzazione dello sguardo innocente in capolavori come “Paisà” di Rossellini e “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica), la raffigurazione di una comunità rurale ancorata alle proprie credenze, con in sottofondo gli echi lontani della Seconda Guerra Mondiale quasi giunta al capolinea.
”Vermiglio” è una pellicola si adagia e attinge fortemente da un passato antico, costruendo l’immagine di un’Italia di “gente povera e semplice” che gli spettatori, in particolare quelli americani, amano sentirsi raccontare. Basti pensare al successo internazionale guadagnato dall’Amica Geniale di Elena Ferrante, e dall’omonima trasposizione televisiva, che rievoca la Napoli del dopoguerra, tanto affascinante quanto pericolosa.
A prescindere dal merito artistico e dal giudizio critico sulla pellicola, Vermiglio è un film che funziona oggi, nello stesso modo in cui avrebbe potuto funzionare cinquant’anni fa. Ci si domanda quindi, quanto la decisione di candidarlo agli Oscar, non sia stata nettamente influenzata dalla volontà di rientrare nei gusti specifici di un pubblico estero che conosce il cinema italiano solo attraverso i nomi storici di Rossellini, Visconti, Fellini.

Il cinema neorealista italiano ha guadagnato un enorme prestigio presso l’Academy: basti pensare che, dal 1957 al 1975, l’Italia conquistò la statuetta per “Miglior Film Straniero” ben sette volte, su un totale di quattordici candidature. Non stupisce, quindi, nemmeno il successo di Paolo Sorrentino, vincitore nel 2012 con “La Grande Bellezza” e candidato dieci anni dopo con “E’ stata la mano di Dio”, poiché nella sua poetica visuale riecheggiano furiosamente le influenze felliniane.
La candidatura di “Io Capitano” di Matteo Garrone nel 2024 è sembrato un punto di svolta: un film che poneva al centro l’attuale dramma dei migranti, una produzione molto poco italiana che funzionava perché sovvertiva le aspettative gravitanti attorno alle nostre produzioni italiane. Quasi un grido di rivolta: il cinema italiano può parlare anche del presente, e può farlo anche molto bene.
Nell’incontrare il mercato estero e l’approvazione dell’Academy, quindi, il cinema italiano si scontra con il proprio riflesso: il peso dell’eredità cinematografica dei grandi nomi del passato sembra pesare sulle produzioni nostrane destinate al pubblico statunitense. Diamo all’Academy ciò che, ormai da cinquant’anni, ci si aspetta da noi.
Il cinema italiano deve dimenticare la propria eredità? Assolutamente no. Tuttavia rischia di adagiarsi sulle narrative già tracciate dai maestri degli anni d’oro della Hollywood sul Tevere, ma non deve aver paura di attualizzarsi, di proporre storie e tematiche che rispecchino maggiormente la nostra sensibilità contemporanea. Se il presente rievoca incessantemente il passato, perderà di vista il futuro.
Scritto da: Arianna Gnasso
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