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Bentornati lettori, oggi ci teniamo a proporre con voi una riflessione maturata nelle ultime settimane.
Un paio di settimane fa noi di Nettare abbiamo avuto il piacere di ospitare per la seconda volta nel nostro programma i ragazzi della compagnia “Lidi Precari” i quali sono tornati in scena con “C19H28O2 o come avere le palle“, uno spettacolo clamoroso e del tutto diverso da ciò che c’è in giro.
Diverso soprattutto per la tematica trattata, in quanto porta in scena l’esasperazione di cosa significa essere uomo. Un’opera che a differenza di molte altre, lascia assai riflettere.
Si riesce ad offrire uno sguardo crudo, ma allo stesso tempo denuncia di una tossicità, che è triste da dire, ma fa un po’ parte di noi.
Questo dal canto nostro è il primo spettacolo che si pone l’obiettivo di puntare i riflettori su un tema tanto delicato, ma seme di una grandissima casistica di difficoltà psicologico-sociali in praticamente tutti i maschi in qualsiasi fascia di età.
Negli anni infatti, è stato coniato il termine “mascolinità tossica” in merito a quella serie di dannosi comportamenti di dominanza e repressione che l’uomo si sente in dovere di esercitare sugli altri, più di tutti sulle donne.
Eppure, questi comportamenti ( oltre a non essere propri di ogni singolo uomo ), sono il radicamento di un pensiero che ormai si è instaurato nella nostra cultura e permea le relazioni da secoli.
I ragazzi di “Lidi Precari” riadattano questa mascolinità tossica in una storia d’amore e d’amicizia in un certo senso, in cui questi comportamenti emergono in ogni sfaccettatura, portandoci a maturare una riflessione che non si ferma solo a quello che accade sul palco, ma fa breccia anche nella sfera privata.
Basta guardare ai propri padri o nonni, è facile riconoscere atteggiamenti tossici, i quali non sono per forza esternati in atti di violenza , ma sono azioni, pensieri che portano a sminuire qualcun altro e realizzare se stesso nella prevaricazione.
Inoltre tutto ciò non fa altro che creare aspettative forzate e costringere a rispettare standard non idonei in maggior modo per le nuove generazioni che piano piano si tengono sempre più alla larga da questa idea di machismo, inneggiando ad una libertà sociale che non debba aderire a dei crismi decisamente dannosi.
Quindi, una libertà è possibile, si può fuggire a questa mascolinità tossica?
Nella pièce di Riccardo Rampazzo non c’è volutamente una risposta, ma una oggettiva messa in scena degli effetti che tutto ciò ha sulle persone, sulle vittime e sui carnefici, lasciando una forte amarezza derivante dal fatto che spesso la consapevolezza non basta per migliorare.
Ma allora come ci si può liberare di questo patriarcato?
Non è facile da affrontare in primis perché non ce ne si accorge immediatamente. E, in particolare, siamo bombardati di stereotipi, obiettivi irraggiungibili e credenze che assimiliamo passivamente.
Ci dicono che dobbiamo essere belli, di successo, economicamente indipendenti da permettere a nostra moglie di non lavorare, di centellinare i momenti di fragilità, di evitare il dialogo interiore o l’amore perché debolezza. Ci viene però anche detto di essere gentiluomini, di trattare bene tutte le donne come se fossero nostra madre e allo stesso tempo di non rinunciare alla nostra parte animale se ne si presenta l’occasione. È tutto un’imposizione e pare che alla fine non ci possa essere scelta, nemmeno essere sé stessi.
Una soluzione non c’è sfortunatamente, almeno non immediatamente, siamo figli di un processo storico-culturale malato e l’unica cosa che possiamo fare è dare inizio ad un altro processo che tra cento anni non permetterà a nessuno, né ragazzi né ragazze, di vivere tutto questo.
Scritto da: Giuseppe Graziani
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