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Venerdì 16 e sabato 17 maggio al Teatro Basilica di Roma Paolo Valerio ha portato in scena uno spettacolo che supera ogni limite performativo e fisico, lambendo lo sport e il gioco d’azzardo.
Qual è il limite per uno sportivo? E quale per chi vive costantemente sul filo del rasoio della routine, ricercando sfide sempre nuove e abbracciando il grande gioco d’azzardo della vita con l’animo del miglior “Giocatore” dostoevskiano? Esiste un limite? La risposta di Paolo Valerio e del suo Max, ne Il muro trasparente. Delirio di un tennista sentimentale, è evidente.
Posto al centro del palco, indossando il canonico completo sportivo del tennista, lo separa dal pubblico un muro trasparente altamente insonorizzante (al punto che lo spettacolo, pur recitato dal vivo, si ascolta obbligatoriamente in cuffia!), ingabbiato da un fondale neutro. In mano, una racchetta e una sola pallina da tennis. Con il primo e unico servizio della partita, inizia il gioco dello spettacolo, il flusso ininterrotto di un allenamento continuo, in solitaria, in cui Max pensa, ricorda, racconta, rimugina sulla più grande sfida vissuta nella sua vita. Il ritmo delle parole segue quello delle musiche e dei continui palleggi sul muro trasparente, anche loro ininterrotti, coreografati, ipnotici. Max è un tennista di mezza età in piena crisi con la sua vita privata. Fuori dal campo non ha avversari o sfide da giocare, la sua vita è caduta nel torpore del rotor, della noia, della sciatteria della vita comune. Il suo cuore reclama una sfida che lo faccia sentire vivo anche lontano dalla rete. E la trova. Un flirt con l’ex moglie di un suo collega, Giulia, una donna astrologicamente complementare a questa sfida, nata sotto il segno dei gemelli. Assistiamo a diversi cambi di avversario, prima Giulia, poi un presunto pretendente della donna, in un match all’ultimo respiro che trascina il nostro giocatore in uno stato delirante da cui farà fatica a uscire.
Con questo spettacolo Paolo Valerio oltrepassa ogni limite performativo. Un limite fisico, giocando, recitando (anche se in inglese il verbo “to play” sarebbe unico) a ritmo del cuore del suo personaggio con un tono sempre calmo, placido e un timbro suadente, della drammaturgia (scritta insieme a Monica Codena e Marco Ongaro) e della partita. Nella performance supera i limiti della propria fisicità come il suo personaggio quelli della partita che cerca di giocare con la sua vita, a tu per tu con il muro trasparente. Max più della donna ama la sfida proibita che quella relazione porta con sè, in cui la posta in gioco è altissima e non ha niente a che vedere con la sfera emotiva. Max, semplicemente è un giocatore. Più la sfida si ingarbuglia in un ginepraio di ostacoli e incognite, più l’allenamento sul campo da tennis perde valore ai suoi occhi – divenendo mero metodo per la strategia di gioco – e il ritmo della narrazione si fa frenetico e martellato dai colpi della pallina sul muro, i pensieri si fanno più perversi, in un vaneggiamento sentimentale pericoloso e violento, ma eseguito con precisione sublime. Paolo Valerio è voce, corpo e mente di un uomo che perde i confini del proprio campo da gioco, superandoli per portare il tennis nella sua vita e viceversa, alla ricerca di un avversario da battere.
Il muro trasparente è intanto testimone silenzioso, complice e avversario ingombrante dei pensieri e delle strategie di Max, un muro che non restituisce davvero dei colpi, ma si limita a riflettere quelli ricevuti, tra un dritto e una volè, in modo speculare, come ad ogni azione della vita e della fisica corrisponde una reazione uguale e contraria, fino svelarci finalmente la verità. Il vero grande nemico di Max è sè stesso. E a nulla valgono le proiezioni video che vorrebbero immergere lo spettatore nel mondo interiore del protagonista, Paolo Valerio ci riesce indiscutibilmente da solo, perché la vera grande sfida risiede nel rapimento totale dell’attenzione dello spettatore nella dinamica di gioco. Ipnotizzato dalle parole e dai movimenti del Valerio, il pubblico ha modo di scontrarsi con il grande muro trasparente che lo separa dalla storia che sta ascoltando, fa suo il ritmo dei colpi lanciati da Max e ha modo di impratichirsi in scena (in un club improvvisato ma efficace). Una storia moderna di ybris che supera ogni limite per ricordarci che l’avversario delle nostre sfide ha spesso il nostro solo volto.

Non chiamatela “critic*” che si offende. Redattrice per testate di settore come Sipario e GufettoMag, conduce i programmi Blend e Rotopalco su UnderPark Radio, unendo una critica vintage e anacronistica e radiofonia.
Scritto da: Serena Spanò
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