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Come incipit di questo difficile spazio che oggi si chiama “recensione”, ma che preferirei intendere come una riflessione condivisa cui spero di ricevere risposta a mia volta, menziono un collega di Rolling Stones Italia, Mattia Carzaniga, il quale un mese fa ha dedicato alla serie più acclamata della stagione, Adolescence, un pensiero di cui condivido soltanto un passaggio fondamentale, che ritengo sia calzante anche per questo spettacolo, quando dice che a chi osanna la serie come un capolavoro necessario avrebbe voluto urlare:
“Ma non avete mai visto niente prima?”
Ripropongo il medesimo quesito a chi parla di questo progetto, ideato e scritto da Niccolò Fettarappa e co-diretto e interpretato insieme all’ormai fidato Lorenzo Guerrieri. La sparanoia, che ho avuto modo di vedere al Teatro Basilica di Roma, è uno spaccato generazionale che tenta di raccontare le disavventure quotidiane del “compagno Niccolò”, fiero (insomma…) rappresentante della “sinistra timida”, una fazione tristemente reale di commilitoni radical e fintamente postmoderni che si riuniscono in sgabuzzini improbabili e claustrofobici, condannati allo spazio domestico da un potere destrista e conservatore da cui non riescono a divincolarsi, contribuendo allo “sviluppo” della politica nazionale sorbendo succhetti e citando Marx a sproposito.
Un ritratto impietoso e ben riuscito, cucito su un testo teatrale di ottima fattura, un testo scritto per la scena, non intellettuale, non letterario, con una maturità tecnica e una conoscenza della macchina teatrale (e vorrei davvero evitare di ricordare la data di nascita di Fettarappa, vorrei uscire dalla retorica faziana dell’enfant prodige, vorrei evitare di sorprendermi perché qualcuno sa ancora fare il suo lavoro) da fare invidia a più blasonate produzioni – anche se già questa non scherza mica. Quella che sorprende (volendo indicare dei mirabilia per il piacere del lettore) è l’agguerrita lucidità di ritratto della propria generazione. Spesso, quando si è immersi in determinati meccanismi, potrebbe essere una impresa titanica comprenderli davvero, guardarli dall’esterno e riprodurli fedelmente a chi condivide le medesime miserie e soprattutto a chi non le conosce. Eppure, Fettarappa dimostra una rara capacità di analisi e, in scena, lui e il Guerrieri sono due strepitosi interpreti delle privazioni viscerali sostenute dalla generazione dei nati negli anni ’90, che dal covid non sono più riusciti a costituire uno zoccolo duro di resistenza e di lotta politica degna di questo nome, mancandogli anche una congrua rappresentanza. I soprusi subiti in ambito economico, civile e sociale sono messi in mostra contando sulle doti degli attori, che ben tengono testa alle insidie ritmiche del testo, in un costante flusso di gag forse un po’ “scolastiche” – a tratti didascaliche e smorzate da un uso creativo quanto funzionale di oggetti irriducibilmente casalinghi – ma sempre efficaci (o almeno se non ti concentri sul meccanismo comico che a tratti vorrebbe citare un soft Rezza: non avventuratevi a cercarlo perché, una volta trovato, le battute rimarranno incastrate in gola, come gli starnuti quando ci si pensa troppo).
Sembrerebbe un successo, forse anche troppo. Ma…
Di qui si va per l’etterno dolore.
Uno spettacolo pur riuscito ma non abbastanza brillante e approfondito da diventare il capolavoro tanto acclamato da pubblico e critica. Ma come ha fatto a diventarlo agli occhi di tutti? Quando un prodotto artistico supera la soglia del capolavoro, la fiumana è inarrestabile, come dimostrato dai continui sold out ottenuti anche in questa tenitura romana nel weekend del 25 aprile. Ma, diciamocelo, in questa sparatoria ben organizzata e messa in atto con un certo consapevole mestiere, di “feriti” non ce ne sono. E allora come mai? Si tratta davvero dell’effetto Adolescence, quando chiunque lo guardasse restava colpito dall’uso del piano sequenza come se non lo avesse mai visto? Di chi è la colpa? Degli altri scialbi artisti inseriti nei cartelloni che abbassano la media della qualità? Di un istinto da gregge che porta tutti a seguire la vox populi con cieca fede? Dei critici? No, dei critici no, d’altronde, chi è che li legge? Fettarappa? Beh, a leggere le note di regia e le interviste rilasciate, sono diverse le promesse disattese dall’artista. Manca, innanzitutto, una restituzione dello studio accurato che l’autore dichiara di aver compiuto, un equilibrio tra mestiere nella forma e consapevolezza nella sostanza, manca il contenuto rivoluzionario, mancano i “mal di pancia” (come li chiama l’autore) che lo spettacolo dovrebbe (o vorrebbe) provocare nelle istituzioni, mancano le risate amare della generazione impietosamente ritratta, ma i grandi assenti sono i feriti citati nel sottotitolo dello spettacolo.
Sì, Fettarappa concorre forse alla responsabilità di questa fortuna, complici anche un’ottima strategia di promozione dello spettacolo, l’individuazione di un target molto mirato che non è identificabile nel target desiderato dall’artista, e cioè il pubblico impellicciato, destroide e che forse non reggerebbe i primi dieci minuti, pur apprezzandone la tecnica. Il reale target de La sparanoia è la generazione rappresentata, che per un’ora e venti prova l’adrenalinica illusione di aver trovato degna rappresentanza, ma possiamo davvero affermare che una rotazione (per quanto di pregio) metodicamente disordinata di scene in cui la risata è attesa e studiata a tavolino possa rappresentare il dramma di una generazione alla deriva, fino a diventare, a parere dei più, un capolavoro di manifesto?
La verità, forse, è che il pubblico de La sparanoia, abituato a rappresentazioni di se stesso più scolastiche e articolate, infarcite di intellettualismi da salotto politico – letterario, si sorprende che un coetaneo sappia trovare parole più masticate, volgari, tragiche, non è più abituato a riconoscersi nel vocabolario, nella fame, e, come una certa fetta di pubblico, forse, non è più abituato al piano sequenza di Adolescence. Forse, questo pubblico, attento a cavalcare le mode del momento (per cui è facile distruggere un sistema che non va sotto gli occhi di tutti) e comprendendo la qualità di questo ottimo pezzo di artigianato teatrale, fatica a tenere a bada l’entusiasmo suscitato dalla vincente promozione messa in moto dall’autorevole produzione dello spettacolo. Forse, questo pubblico, è troppo distratto a riconoscersi nella difficoltà del momento in uno spettacolo viziato dall’esperienza del covid che inizia a puzzare di nafta, e fatica ad analizzare che un capolavoro, invece, è senza tempo. E forse è proprio lui a fare i feriti più gravi di questa sparatoria, ancora una volta, a se stesso.

Non chiamatela “critic*” che si offende. Redattrice per testate di settore come Sipario e GufettoMag, conduce i programmi Blend e Rotopalco su UnderPark Radio, unendo una critica vintage e anacronistica e radiofonia.
Scritto da: Serena Spanò
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