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Studiare i classici: atto di conservazione culturale o semplice pigrizia intellettuale? È una
domanda che divide studenti, insegnanti e appassionati di letteratura. Certo, non si discute
l’attualità di opere come la Divina Commedia o I Promessi Sposi: i classici continuano a
parlarci, a illuminarci su temi universali. Ma il vero nodo è un altro: perché ci avviciniamo
agli autori contemporanei con tanta lentezza, quasi senza entusiasmo?
Non si tratta di una chiusura totale, certo, ma di un ritardo che pesa. La letteratura, troppo spesso, viene confinata nel terreno dei ”già morti”, rendendo difficile abituarsi ai modi, ai temi e ai ritmi
della poesia e della narrativa di oggi. Nelle scuole, l’apice della contemporaneità nei
programmi di letteratura non va oltre la metà del Novecento. E sono cento anni fa! Si
finisce per restare ancorati ad autori e opere ormai lontani, senza mai davvero esplorare il
panorama letterario di oggi. È come se mancasse il coraggio, o forse l’abitudine, di
riconoscere che la letteratura è ancora viva.
Non si tratta di scegliere tra passato e presente, ma di capire che la letteratura per
esprimere davvero il suo potenziale deve parlare a chi la legge, risuonare in modo diretto,
quasi intimo, con la realtà che viviamo. Ecco perché leggere i contemporanei è
fondamentale: ci ricorda che la scrittura non è un’arida raccolta di nozioni o un reperto
antico, ma qualcosa di vivo, capace di comunicare, emozionare e, a volte, sfidare con
coraggio. Per chi si avvicina per la prima volta alla materia, questo dialogo con il presente
è il modo più autentico per scoprire la forza della parola scritta.
I classici, d’altronde, sono spesso trattati come reliquie intoccabili. Dante, Manzoni,
Shakespeare: li abbiamo letti, analizzati, parafrasati fino allo sfinimento. Perché? Da una
parte, la scuola li considera pilastri irrinunciabili della cultura. Dall’altra, chi legge molto
tende a preferirli, attratto dalla loro autorevolezza e dalla poca familiarità con gli scrittori
attuali, sui quali non è ancora stato espresso un giudizio definitivo. I classici sono allora
percepiti come una sorta di ”lingua madre” della cultura occidentale, un patrimonio
imprescindibile che non può e non deve essere messo in discussione.
Ma questa sacralità non rischia di trasformare i grandi autori in qualcosa da venerare a
occhi chiusi, più per abitudine che per vero interesse? Non rischia di soffocare le nuove
voci? Di bloccare il pensiero critico dei lettori, rendendoli incapaci di riconoscere
autonomamente ciò che li emoziona e ha valore, senza aspettare che sia qualcun altro a
decidere cosa è un capolavoro e cosa no?
Le scuole raramente esplorano la letteratura contemporanea, spesso per paura: i classici
sono sicuri, i contemporanei no. Se gli studenti leggessero con la medesima attenzione
Elena Ferrante, Murakami o Zadie Smith, non avrebbero un quadro più ricco e attuale del
mondo? E se, accanto a Leopardi, gli studenti scoprissero che esistono ancora poeti
viventi – incredibile! – come Mariangela Gualtieri o Milo De Angelis?
Forse si avvicinerebbero alla lettura in modo più spontaneo, trovando nelle parole di oggi
uno specchio del loro tempo e delle loro esperienze, vedendola finalmente per quello che
è: un’esperienza che vive nel testo e nella capacità di risvegliare intuizioni. La letteratura
non è la vita dell’autore né le parafrasi del libro di scuola, la vignetta a lato pagina che svela ogni significato; no, è l’esperienza che nasce dal verso, dalla riflessione e dall’interpretazione personale di ogni opera.
Soprattutto in un’epoca come la nostra, che ha tanto da dire e su cui riflettere, un’epoca
complessa e ricca di significato, che richiede di essere compresa a fondo: un mondo
sempre più confuso, frenetico e distaccato, segnato da crisi ambientali, migrazioni e
conflitti identitari – un mondo su cui spesso ci soffermiamo troppo poco.
La soluzione non è certo buttare i classici nel cestino, o fossilizzarsi in sterili opposizioni
tra ciò che è vecchio e ciò che è nuovo. Il problema non sta nel leggere Dante, ma nel
leggere solo Dante. La vera sfida è trovare un equilibrio, partendo non dalla fama degli
autori, ma dai temi che sono centrali tanto nel passato quanto nel presente.
Potrebbe essere illuminante indagare il tema del controllo sociale confrontando ”1984” di
Orwell con Black Mirror. Infatti, se Orwell dipinge una distopia totalitaria, Black Mirror ci
mostra come la tecnologia moderna possa diventare uno strumento di oppressione e
controllo. E che dire di un confronto tra ”La Metamorfosi” di Kafka e ”Non lasciarmi” di
Ishiguro? Opere che esplorano con maestria il tema della perdita d’identità, più che mai
rilevante nel tempo di oggi dove la ricerca del proprio sé è spesso dolorosa e senza
risposte certe. Stimolare un dialogo tra epoche diverse, tra temi affrontati in modi
complementari, non sarebbe un modo migliore per comprendere a pieno l’arte e la
cultura?
La letteratura è un universo in espansione, non una reliquia chiusa in una teca di vetro.
Aprirsi ai contemporanei non significa tradire la tradizione, ma arricchirla. Significa
costruire un ponte tra il passato e il presente, una connessione che non diminuisce il
valore di un’opera classica, ma ne amplifica la rilevanza conferendogli, a volte, anche
nuovi e inediti significati.
Scritto da: Martina Capezzuto
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