Letteratura

Il teatro che si fa letteratura

todayMaggio 21, 2025 61 1

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Analizzare opere teatrali come se fossero testi letterari può essere utile, ma quali sono i rischi? 

Chi, durante gli anni delle scuole superiori, non ha letto La locandiera di Goldoni, Vita di Galileo di Brecht, qualche tragedia di Shakespeare o magari un dramma di Alfieri? Testi che oggi troviamo nei manuali di letteratura e che, a pieno titolo, sono entrati nel canone mondiale. Ma c’è un dettaglio fondamentale che spesso dimentichiamo: queste opere non nascono come letteratura, bensì come drammaturgia, scritte per essere portate in scena, non semplicemente lette in silenzio.

La drammaturgia è una parte imprescindibile dell’opera teatrale, o almeno, lo è per un certo tipo di teatro. Sebbene negli ultimi decenni si sia spostato sempre più l’accento sulla figura del regista e sulla messa in scena come elemento dominante, il testo teatrale continua a rappresentare un punto di riferimento fondamentale.

Già dai tempi di Aristotele si discute del valore letterario della drammaturgia. Nei secoli, moltissime opere teatrali sono giunte fino a noi in forma scritta: come per i sù citati Goldoni e Alfieri. Ma la vera questione è: può una drammaturgia diventare letteratura senza perdere la sua natura scenica?

Il testo drammaturgico non è, e non deve essere, un testo letterario. È qualcosa di vivo, pulsante, che guarda al ritmo, alla corporeità, alla relazione diretta con il pubblico. È scritto per essere incarnato da un attore, respirato in scena, vissuto nel tempo presente. Quando si pensa alla scrittura teatrale come destinata alla pagina e non al palcoscenico, si finisce per soffocare la voce, il corpo e l’azione. E quello non è più teatro: è prosa travestita.

Tuttavia, nel corso dei secoli, come già detto, son noti esempi di opere teatrali  diventate “scolastiche”, note ai più per le proprie tematiche più che per la qualità della drammaturgia. “La locandiera” di Goldoni, “La mandragola” di Macchiavelli, “6 personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, alcuni titoli immortali nati come pièce teatrali, ma studiati per lo sguardo intimo che i propri autori offrono attraverso essi.

Attraverso le battute di scena si ha un’esperienza diretta delle visioni di questi autori, non semplici drammaturghi, ma veri e propri letterati.

Leggere uno di questi copioni chiarifica le loro prospettive.

Il loro modo di vedere il mondo è messo per iscritto, le loro idee, la loro filosofia di vita viene sublimata in questi capolavori, elevati così a cultura universale.

Dall’Antigone di Sofocle all’Amleto di Shakespeare, fanno parte di un patrimonio comune a tutta l’umanità, non relegato solo al teatro, ma capace di raccontare valori e sentimenti appartenenti a qualsiasi epoca e a qualsiasi condizione umana.

Analizzarli tutti richiederebbe un impegno non indifferente e probabilmente infinito, soprattutto rapportato al contesto storico in cui vivevano gli autori.

C’è un aspetto, però, che merita attenzione: il testo è la componente del linguaggio teatrale che sopravvive nel tempo. È ciò che resta, ciò che si conserva e si tramanda. E se da un lato questo conferisce al teatro una forma di eternità, dall’altro costituisce un rischio.

Il valore letterario di molti testi teatrali è indubbio, ma non dovrebbe mai diventare il fine.

Shakespeare e Brecht sono diventati pilastri non perché pensavano alla posterità editoriale, ma perché scrivevano per la scena. È proprio quella vocazione scenica a renderli immortali.

Trasformare la drammaturgia in letteratura può essere una tentazione nobile, ma anche una trappola.

Il teatro nasce e vive in scena. Se dimentichiamo questo, rischiamo di snaturare la sua essenza. Perché un testo scritto per essere letto non è un testo teatrale. E senza scena, senza corpo, senza voce, il teatro muore. Anche se resta sulla carta.

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Scritto da: Gabriele Riccardi

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