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todayFebbraio 21, 2025 56 3

Nel gennaio 2018, il Regno Unito ha istituito il primo “Ministero della Solitudine” al mondo, affidando l’incarico a Tracey Crouch, già ministra per lo Sport e la Società civile. Questa iniziativa fu una risposta al crescente problema dell’isolamento sociale, che nel paese colpisce oltre 9 milioni di persone. La decisione è stata fortemente influenzata dal lavoro della parlamentare laburista Jo Cox, che aveva istituito una commissione sulla solitudine prima della sua tragica scomparsa nel 2016.
L’istituzione del Ministero della Solitudine nel Regno Unito rappresenta un tentativo pionieristico di affrontare un problema complesso e multifattoriale (studi di settore evidenziano come persone sole siano più esposte a una mortalità precoce e allo sviluppo di malattie anche in giovane età). Mentre l’efficacia di tale approccio – spesso considerato troppo personalizzato e meno analitico sul contesto in cui determinati meccanismi psicologici abbiano origine – è ancora oggetto di valutazione, ha sicuramente contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica e a promuovere ulteriori ricerche e interventi sul tema dell’isolamento sociale.
E se immaginassimo di insediare anche in Italia questa istituzione moderna, potenzialmente utile quanto burocraticamente arretrata, facendo capo al momento in cui il nostro Bel Paese ha più sofferto, ovvero durante l’epidemia da COVID (il testo menziona il 2021) e gli inserissimo diversi cliché degni di Tommy Cash? Avremmo gettato le basi per la scrittura di quello che è stato considerato un capolavoro di regia, aggiudicandosi il Premio Ubu in questa categoria nel 2023, Il Ministero della Solitudine, in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 23 febbraio. Se nelle sue dichiarazioni di intenti la compagnia dedica ampio spazio alla natura “incidentale” del progetto, con riferimento alle irruzioni drammaturgiche di un testo spesso troppo denso e didascalico pur curato da Fabrizio Sinisi, e alla concatenazione disordinata delle storie dei cinque personaggi in scena, sembra sia proprio la regia a non aver ancora trovato ancora la sua organicità. Nonostante l’accoglienza entusiasta della stampa, parte della critica teatrale nazionale è concorde nell’evidenziare i seri problemi di equilibrio derivati dalla non calibrata frammentarietà delle esperienze dei cinque microcosmi di solitudine in scena, aggravati, come ben riporta anche il buon Andrea Zangari su Teatro e Critica, dall’assenza di una profondità analitica. Questi “incidenti”, dietro cui sembrerebbe nascondersi una regia esuberante ma incontrollata, restano fastidiosamente sulla superficie per ben 105 minuti in un caleidoscopio di frasi fatte, gag trite e ritrite (pur distensive e divertenti) e interpretazioni spesso poco convincenti (specialmente tra le interpreti femminili), incastrate nel verbo da un uso innaturale del doppiaggese, ma coreografate con cura da Marta Ciappina. E fin qui sembrerebbe una debàcle teatrale a tutti gli effetti, potrei sentirmi il Marcantonio Lucidi dell’ultim’ora (anche se non riuscirei mai a eguagliarlo in eleganza di stile) se non fosse che il sesto personaggio non in scena (e appunto, SPOILER ALERT, non mi riferisco al fantoccio in carrozzina di cui avremmo volentieri fatto a meno – e sento di parlare a nome della mia fila in platea), è quello che soffre maggiormente della solitudine, ignorato dal pubblico e dalla critica, pur dando il titolo alla pièce, costituendo l’ispirazione del testo e abitando l’incipit di questo scritto.
Il vero protagonista della pièce sembrerebbe essere lo stesso Ministero, che drammaturgicamente il pubblico è tentato di riconoscere solamente nel personaggio di Simone, ma che alla luce di questa interpretazione avrebbe abbastanza dignità scenica da essere rappresentato dall’intero meccanismo di superficialità “incidentale” rimproverato sia alla regia di Ferlazzo Natoli e Ferroni, che (mirabile auditu) alla stessa istituzione, come citavo in apertura. In effetti, a una lettura più attenta del testo e della notizia da cui trae l’origine, lo spettacolo pare soffrire delle medesime critiche mosse al Ministero britannico, di inconcludenza, incapacità analitica di un contesto sociale più complesso di quello che le singole esperienze degli ammessi ai programmi di sussidio possano restituire singolarmente e in maniera confusa, senza andare mai in profondità. Da questa prospettiva, la regia sembra ad ogni minuto di messa in scena interrogarsi e interrogarci sulla fragilità di un Ministero sofferente come i suoi utenti, “umano troppo umano” e destinato per questo al fallimento, come qualsiasi entità dotata di un’anima che entri in contatto con le “magnifiche sorti e progressive” della burocrazia. Il Ministero della Solitudine, un’idea romantica in senso Tardo Ottocentesco gestita con la migliore inefficienza amministrativa o una trovata di cui ridere amaramente a spese statali? “Scusate tutti, ci abbiamo provato!”, è la risposta che Simone fornisce al termine della rappresentazione, non chiarendo se si riferisca all’incidentalità dell’istituzione o della sua rappresentazione.
Coup de théâtre o la mia interpretazione vorrebbe disperatamente salvare una produzione massiccia, cercando una giustificazione valida per un dispendio economico elevato in una scenografia/soprammobile inutilizzata adeguatamente (a simbologia del dispendio di soldi pubblico investito nel Ministero inglese? Aiuto, annego nelle mie congetture) e ben due premi Ubu, per la paura di gridare all’ennesima trovata intellettualistica dalla dubbia utilità?
Beh, agli spettatori del Teatro Vascello l’ardua sentenza.

Non chiamatela “critic*” che si offende. Redattrice per testate di settore come Sipario e GufettoMag, conduce i programmi Blend e Rotopalco su UnderPark Radio, unendo una critica vintage e anacronistica e radiofonia.
Scritto da: Serena Spanò
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