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Nota: le risposte alle domande si riferiscono alla situazione del rap e dell’industria discografica mainstream in Italia.
Ritieni che il rap, come genere musicale e fenomeno culturale, sia in grado di conservare una sua indipendenza dai circuiti mainstream o pensi che oggi sia profondamente legato e condizionato da essi? In che modo questa relazione influenza la creatività degli artisti?
Per rispondere a questa domanda a mio parere è necessario fare una premessa. Il rap in Italia non è mai stato recepito come fenomeno culturale vero e proprio: l’hip hop, ossia la cultura da cui il rap trae la vita, non ha mai preso realmente piede qui da noi. I motivi sono disparati e sarebbe troppo semplicistico trattarne in questa intervista (se qualcuno è curioso consiglio di leggere l’ottima analisi realizzata da Paola Zukar nel suo libro “RAP“), sicuramente però tra i tanti rientra l’impronta culturale di noi italiani che siamo abituati alla musica leggera (o comunque non scomoda, dissacrante, di protesta, diretta e provocatoria come è il rap nella sua essenza più pura). Questa impostazione poi è stata da sempre alimentata, ed è fondamentale sottolinearlo, dalle radio e dall’industria discografica.
Perché era necessaria questa premessa? Perché, tenendo a mente il ragionamento sopra descritto, è possibile comprendere immediatamente che anche se oggi il rap (quello mainstream) è ai vertici delle classifiche, non lo è perché in Italia è un fenomeno culturale compreso e abbracciato, ma perché è diventato spesso una moda, una tendenza che si è plasmata sui gusti del pubblico con l’appoggio dei circuiti mainstream.
Attenzione, questo vuol dire che il rap in classifica è tutto da demonizzare? Assolutamente no, per fortuna abbiamo tantissimi esempi di rap fatto bene che sta nella top 10 Spotify (Marracash solo per citare un artista) e non tutti abbiamo sempre voglia di “impegnarci” mentalmente nell’ascoltare musica (come è lecito che sia), ma è una dimostrazione lampante di come, a mio avviso, il rap che arriva al grande pubblico sia completamente dipendente dai circuiti mainstream.
D’altronde, per ricollegarci alla premessa iniziale, se la maggioranza degli ascoltatori non è interessata alla cultura hip hop, né tanto meno interessata ad approfondire le caratteristiche del rap, e preferisce ascoltare qualcosa di più “leggero”, come fa il rap ad essere tra i generi musicali più diffusi? Lo è perché l’industria mainstream ha avuto l’intelligenza di proporre un certo tipo di rap che potesse piacere a sempre più persone, anche se lontanissime dall’immaginario e dalla cultura hip hop. Ripeto, non c’è da demonizzare nulla in questo, anche lamentarsi del rap che va in classifica a mio parere è sterile perché comunque il rap come vera espressione della cultura hip hop lo si può da sempre trovare in quel bellissimo mondo che è l’underground (e comunque per fortuna pochi grandi rapper lo continuano a portare nei circuiti mainstream, Ensi e Nerone per citare altri esempi).
In sintesi, quello che voglio dire è: se tu vuoi fare rap perché ami fare questo e ami la cultura da cui proviene, allora puoi farlo con un mic e un beat come lo si fa da una vita e conservare una tua indipendenza dai circuiti mainstream. Se poi, come è legittimo, col rap vuoi “camparci” e arrivare a più persone possibile, dovrai prima o poi “scontrarti” con il mondo discografico mainstream. Entrare in quell’ambiente non è un male di per sé ovviamente, anzi è l’unico modo per vedersi aprire moltissime porte, però si deve sapere che ci sono delle regole da rispettare per giocare in quel campionato: anche la creatività stessa spesso viene influenzata, per rispondere alla parte finale della domanda.
Questo accade perché si comincia a parlare di contratti, di anticipi monetari, di scadenze, di tour, di date e ovviamente la pressione e le richieste sull’artista sono maggiori rispetto a quando si è indipendenti, così come sono però maggiori le possibilità di guadagno e di successo: pro e contro, come sempre nella vita. Ci sono comunque i casi diversi: un rapper ormai pienamente affermato e rispettato avrà molto più potere contrattuale con una major rispetto ad un emergente alla sua prima “firma”, e quindi sarà anche più libero nonostante rimanga nel circuito mainstream. Però comunque, anche in questi casi, le regole ci sono.
A tuo avviso, il rap è riuscito a preservare la sua autenticità e le sue radici culturali nonostante l’adozione da parte del mainstream, o ha subito una trasformazione per adeguarsi alle logiche commerciali? Quali sono gli elementi che secondo te sono cambiati o rimasti invariati?
Per rispondere a questa domanda è necessario delineare meglio la differenza tra mainstream e underground che nella risposta precedente ho solo accennato. Il rap che la maggior parte delle persone ascolta, quello che di solito riempie le classifiche, quello che porta gli artisti a fare tour immensi nei forum e negli stadi, quello che dà lavoro a centinaia di persone che seguono le carriere dei singoli rapper, questo è il rap che definiamo come mainstream.
Ora, in virtù di quanto detto prima e di quanto appena descritto, è ovvio che la musica che segue questo tipo di impostazione si debba adeguare, in percentuali variabili a seconda dei casi, alle logiche commerciali. Questo concretamente si traduce in mille cose diverse: dalle scadenze, ai singoli più o meno radiofonici, alle collaborazioni più o meno studiate a tavolino, ecc. Questo però non si traduce immediatamente sempre nella perdita di autenticità.
Fare rap non autentico è di certo un rischio che si corre e, purtroppo, una caratteristica che spesso contraddistingue il rap mainstream ma non è necessariamente la regola e mi preme insistere su questo punto. Infatti, ci sono molti casi di rapper che cavalcano benissimo il successo mainstream ma rimangono fedeli alle caratteristiche del genere e della propria personalità artistica: Salmo continua con la sua scrittura pungente e dissacrante a descrivere le ipocrisie della società e il suo rapporto con essa, Marra negli ultimi anni ha dimostrato come la sua penna e i suoi storytelling (PERSONAli e non) riescano ad essere più analitici e catartici di una seduta di psicoterapia, Fibra continua ad avere una capacità di lettura della società e di immediatezza descrittiva che sono straordinarie, Gemitaiz mantiene nei testi e nelle atmosfere la stessa genuinità di quando ha iniziato nel 2006, Mace, parlando di produttori, offre da sempre un modo di raccontarsi con i suoni che è unico e solo suo…e potrei continuare.
Certo, per ognuno di questi artisti, ci sarà sicuramente quel gruppo di fan che dirà “ah ma non sono comunque più come prima”: non essere come in passato non è però, a mio parere, una colpa ma una naturale evoluzione e soprattutto non è un carattere attribuibile al fare musica mainstream. Anche nell’underground, infatti, non deve valere la tautologia con l’autenticità: è vero, è molto ma molto più semplice che il rap non da major sia più genuino e conservi le proprie origini lontano dalle logiche commerciali, ma è sbagliato mitizzare questo mondo e pensare che non ci sia musica “vuota” anche lì. In sintesi, la risposta universale alla domanda non si può dare perché il rap, per sua stessa natura, sfugge a questo tipo di categorizzazioni: il rap è un modo di sentire, un modo di vivere la vita improntato alla cultura hip hop ed è sempre contraddittorio.
C’è nel mondo mainstream sicuramente una tendenza allo “svuotamento” del rap che viene riempito con ritornelli orecchiabili, testi vuoti e beat copia-incolla, ma non è una verità assoluta e non accade in tutti i casi: per fortuna, la voglia di comunicare, l’analisi sociale, l’attenzione alla parola, la genuinità, il racconto di se stessi si possono trovare anche nella Top 10.
L’influenza del mainstream ha contribuito ad arricchire il messaggio originario del rap rendendolo più accessibile e diffuso, oppure ha portato a una perdita del suo valore come strumento di denuncia sociale? Quali sono, secondo te, i pro e i contro di questa evoluzione?
Anche qui, prima di rispondere, mi sento di dover effettuare una precisazione: il rap è nato come fenomeno di denuncia sociale perché affonda le proprie radici culturali nella New York degli anni ’70 e in particolare tra le comunità afroamericane del Bronx e delle periferie degradate che sicuramente non vivevano in condizioni favorevoli. Tutto questo è vero, così come è vero che la rabbia nata da quelle situazioni e poi vomitata nei versi di denuncia sociale sono state le prime cifre caratteristiche del rap, però il rap non è “solo” questo. Se, infatti, la componente di denuncia è sempre stata fortissima, il rap d’altra parte è una forma d’arte estremamente personale che, in quanto tale, si plasma sull’anima dell’artista che la pratica. Ecco perché con il tempo si sono create tantissime forme di rap che, rispecchiando il modo di sentire dei rapper (questo è il vero elemento fondamentale del genere, l’autenticità), hanno arricchito il ventaglio dei suoi messaggi e delle sue espressioni: si va dalla denuncia, allo storytelling personale, all’ostentazione fine a se stessa o usata come mezzo di riscatto, alle provocazioni, alla celebrazione della vita sia nelle gioie che nei dolori, alle gang e crew, all’amore fraterno verso chi condivide la stessa vita, alla satira, all’ironia, al puro divertimento, ai dissing, alla competizione e potrei continuare all’infinito.
Tutto questo fa parte del messaggio del rap, basta che si basi su racconti, esperienze e sensazioni autentiche e realmente vissute da chi le racconta in rima sul beat. Questo messaggio spesso viene meno nel mainstream proprio perché, per tutte le cose dette prima, viene meno la genuinità ma è altrettanto vero che spesso invece il mainstream è stato fondamentale proprio per portare questo messaggio al grande pubblico. Esempio degli esempi: Fibra che dopo Mr Simpatia riesce ad entrare in major e a portare quel suo messaggio dissacrante a tutti. Direi che in situazioni come queste il mainstream ha fatto un grandissimo assist al genere e alla diffusione delle sue caratteristiche.
Alla luce di tutto ciò, anche in questo caso è quindi difficile dare una risposta universale perché come ci sono tanti esempi virtuosi ce ne sono anche molti che non lo sono: il problema non è tanto del mainstream in sé quanto della solidità del messaggio che l’artista ha l’esigenza di portare. In base a quest’ultima il suo rap cambierà o meno, si piegherà o meno alle logiche commerciali. Per quanto riguarda strettamente il tema della denuncia sociale, secondo me il discorso è molto simile a quanto detto nella prima risposta: il rap anche nel mainstream continua ad avere alcuni esponenti che si fanno carico dell’originario messaggio di denuncia sociale, il problema è che questo non piace alla maggior parte del pubblico perché, in generale, esso tende sempre a cercare qualcosa di più disimpegnato, qualcosa di leggero e orecchiabile che non riempia troppo la testa.
Un esempio? Il recentissimo album di Kid Yugi, una delle star del rap mainstream del momento, contiene un pezzo bellissimo di dolore e denuncia: Ilva (Fume scure rmx) però secondo voi è tra i più streammati del disco? Ovviamente no, perché la gente preferisce la melodia leggera e d’amore di Eva (con tutto il rispetto per quel pezzo, non sto dicendo che è brutto). È così da sempre qui in Italia, con o senza mainstream. Il problema è che il pubblico non vuole la denuncia, non vuole la protesta e quindi, di riflesso, i circuiti discografici tendono ad assecondare questa attitudine. Ci sono poi degli stratagemmi per aggirare l’ostacolo, pensiamo ad esempio a Caparezza che da sempre parla per metafore dando messaggi di denuncia potentissimi nascosti in pezzi talmente orecchiabili che li cantano pure i bambini (ci ricordiamo Vieni a ballare in Puglia no?). Però, di nuovo, perché creare questo travestimento? Perché sennò il pubblico non ha voglia di ascoltare, sia che il pezzo sia underground che mainstream.
Laureata in Lettere Moderne ho da sempre la passione per l'editoria e la radio, con esperienza pregressa in entrambi i campi, sono pronta a correggere i tuoi articoli. PREPARATI!
Scritto da: Carlotta Moretti
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