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play_arrowJust Music Flusso d'incoscienza
Da sempre specchio dei tempi, la settima arte più volte ha abbracciato argomenti delicati in quanto esigenza comunicativa della società o di una specifica comunità. Molte delle opere figlie di questi temi risultano delle vere e proprie pietre militari del settore, per scelte stilistico-tecniche, ma dotate di uno spessore e di un coraggio tali da renderli cult.
Molti film o serie addirittura si sono dimostrati apripista di un certo tipo di cinema o di interi generi, anticipando anche di decenni i bisogni e le esigenze del pubblico più giovane. Se si pensa agli anni più recenti infatti, è fortunatamente comune riuscire a trovare produzioni che hanno come nucleo le dinamiche relative alla salute mentale, un focus ormai apprezzato dai nuovi adulti di oggi e dai giovanissimi, i primi a rendersi davvero conto di quanto la cura di questo aspetto sia fondamentale. Eppure la centralità di adesso è frutto di un percorso che si può dire iniziato pienamente dal secondo dopoguerra con film magari meno conosciuti ai più.
“Harvey” con James Stewart merita sicuramente la menzione in questo caso dato che col senno di poi può ricordare un più conosciuto “Donnie Darko”. A livello di cult impossibile non considerare “Taxi Driver” primo vero film a spostare l’epica narrativa finendo a raccontare non più gli uomini di successo nell’ America rampante degli anni 60′, ma gli ultimi della società, appunto Travis Bickle, reduce dal Vietnam costretto dalla sua insonnia a vagabondare tra le avenues di New York . Un film diventato epocale perché traduce il disagio di chi ha vissuto la guerra e mostra la gemella cattiva di un’ America che aveva sempre voluto solo raccontare il meglio di sé. Ed ovviamente ciò non può non far pensare al primo Joker di Todd Philips con Joaquin Phoenix, genesi del cattivo più iconico della DC. A detta dello stesso Philips infatti, la pellicola di Scorsese è stata di grande ispirazione per la scelta di raccontare gli ultimi della società, non come mosche bianche, ma in quanto figli proprio dei meccanismi malati di quella società stessa.
È molto più semplice ignorare un problema, tendere ad isolarlo, piuttosto che affrontarne direttamente le cause. Per decenni è stato più facile trattare chiunque avesse gravi patologie psichiatriche come un’ eccezione, un errore del sistema, piuttosto che come persona bisognosa di aiuto.
Basti pensare alle rappresentazioni che abbiamo in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, altro capostipite di questo filone, quadro esemplificativo della situazione nei manicomi negli anni 60′. Vessazioni e abusi di ogni genere rappresentavano la normalità e chiunque non si adattasse a quell’ ambiente era a maggior ragione considerato ancor più merito di “correzione”.
Ed è a questo scopo che è stata introdotta la lobotomia. Come si vede nel film, soluzione estrema alle sofferenze dell’ uomo, la cancellazione totale della sua volontà, introdotta a scopo terapeutico, finita con l’essere abusata anche su chi non ne avesse effettivamente bisogno.
Un mezzo per disumanizzare definitivamente qualcuno o una cura per fargli dimenticare tutti i suoi peccati?
Potrebbe essere una reinterpretazione della domanda che il personaggio di Leonardo Di Caprio si pone in ”Shutter Island”, prima di decidere di sottoporsi all’ intervento. Ed è paradossale pensare come una pratica tanto barbara, in certe situazioni fosse l’unico modo per sfuggire alle sofferenze ricevute nei posti in cui in teoria si dovrebbe ricevere aiuto.
L’interesse e soprattutto il reale intervento sui fronti della sanità mentale è arrivato soltanto sulla fine degli anni ’70 non solo in America ma anche in Italia. La nostra tradizione cinematografica tuttavia è incentrata su altri pensieri e ricalca poco questi argomenti. D’altronde è più utile e chiarificatore ripercorrere questi passi analizzando titoli di universale conoscenza.
Da un’iniziale comprensione a livello sociale del tema psicologico-psichiatrico, anche il cinema dopo averne assorbito i cambiamenti, utilizza le nuove conoscenze per concepire personaggi e pellicole sempre più stratificati ed affascinanti.
È quindi da fine anni 90′ primi 2000 che arrivano film come “Fight Club”, “The sleepers”, “Il talento di Mr. Ripley”, adattamenti di romanzi precedenti e testimoni di una nuova strada per esplorare la dimensione della mente. Terminata dunque l’opera di denuncia, sono i thriller come “Seven” o il già citato “Shutter Island” a mescolarsi alla psicologia fino ad arrivare ai tempi più recenti in cui non è affatto raro scovare film o serie riguardanti il tema della salute mentale. In particolare in questi anni è interesse dei più giovani curarsi di questi aspetti e ciò porta anche ad una richiesta maggiore da parte del pubblico di prodotti che raccontino queste storie.
È per questo che negli ultimi periodi grazie anche alle piattaforme streaming si incontrano serie come “Euphoria” o l’italiana “Tutto chiede salvezza”, le quali sensibilizzano tanto sul rapporto dei ragazzi con la propria salute mentale in un periodo delicato come l’adolescenza.
Questo non è che l’ultimo tassello, almeno per il momento, di un processo di conoscenza di un mondo che non sarà mai totalmente chiaro, ma che il cinema può aiutare a comprendere meglio sotto certi aspetti e a rappresentare regalando grandi storie.
Scritto da: Giuseppe Graziani
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