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È uscito recentemente l’ultimo libro di Alessandro Broggi, per i tipi di Arcipelago Itaca: il titolo, quasi arcaicizzante, è Idillio. Il libro, chiaro esempio di scrittura installativa, è composto da un numero copioso di pagine, ma si sviluppa in realtà in poche cartelle di testo. È l’impaginazione, qui, a meritare particolare attenzione: in una lettura apparsa su Nazione Indiana, Renata Morresi (la curatrice di collana delle Lacustrine di Arcipelago Itaca) si riferisce intelligentemente a Idillio come folioscopio; libro, sì, da leggere, ma soprattutto da guardare.
A riguardo del testo, i cui sintagmi compaiono, ordinatissimi, in specifiche e successive posizioni della pagina, Morresi si domanda se Idillio sia un testo processuale, che utilizza un metodo di affioramento dal bianco. A chi scrive, il libro sembra più un’esplorazione della pagina per crearne una mappa ordinata, un tentativo di ordinare gli spazi. Non, quindi, come le invasioni della pagina che troviamo in Postkarten di Sanguineti: quella di Broggi appare piuttosto una ricerca dell’ordine, frammento per frammento.
Il libro, volendo, si legge in un quarto d’ora, ma sembra imporre una lettura più lenta: le immagini – bucolico moderno – presentate dall’autore, sembrano ricalcare questo ritmo di lettura, richiamando l’attenzione del lettore su piccoli particolari e in giochi di suoni raffinatissimi. E in questi perpetum mobile di particolari il lettore felicemente si smarrisce, chiedendosi dove abbia iniziato la lettura e dove questa finisca. Un libro che forma una linea (come suggerisce Morresi nell’articolo citato sopra) di cui non è importante vedere i limiti – in quanto infinita – ma farne parte, seguirla, scivolare.
In quest’ottica il libro non è più completo solo alla fine – né lo è durante la lettura – e non lo potrà mai essere, ma si sviluppa in modo itinerante, libero da ogni interruzione se non quella imposta dalla fine delle pagine (e da quell’interminabile, silenziosissimo punto di domanda nel finale seguito dai puntini sospensivi che strizzano l’occhio a una continuazione).
Forse se ne può trarre anche una riflessione sulla lettura, sull’importanza di soffermarsi: di aspettare, mentre leggiamo, che le parole prendano forma nella nostra mente.
Insomma, chi scrive non si sbilancia e cerca di non sbilanciarsi (quasi) mai in elogi esagerati, sensazionistici, fiacchi, ma nel caso di Idillio alcune parole vanno usate; e se non troverete estratti in questa nota è per timore di non riuscire a rendere la bellezza grafica: questo libro senza tempo (ma ricco di spazio) rappresenta a tutti gli effetti un’esperienza artistica e di lettura con pochi pari. Senza timore di dirlo, un capolavoro.
Scritto da: Fabrizio Pelli
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