Editoriale

L’artista tormentato non esiste

todayNovembre 9, 2024 106 19 4

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Il dolore e l’artista, il grande tema del tavolino, della chiacchiera, del parlare del grande macrocosmo dell’“arte” in termini semplicistici ed ignoranti.

Dalle rockstar Kurt Cobain, Ian Curtis, Jeff Buckley ai pittori Caravaggio e Munch, fino ai poeti Leopardi e Baudelaire; non staremo qui a citare tutti i “tormentati”.

Il disagio è per l’artista motore di scrittura? No, a mio parere.

E non è neanche un tema esclusivo dell’arte.

L’angoscia è una condizione comune, approfondita da secoli da pagine di filosofia e religione, (forse anche di scienza), forte protagonista oggi dell’uomo moderno che si è riscoperto nel secolo Novecento vittima di sé stesso, del veloce progresso, gettato in un mondo smarrito, senza più un fine.

Pertanto, la sofferenza non è l’unica spinta all’atto creativo, è uno dei tanti elementi.

Ma la psicoanalisi non perdette tempo e subito con Freud si approcciò all’arte con diversi atteggiamenti: cercando di capire la natura dei processi creativi soggiacenti al lavoro dell’artista; interpretando l’opera d’arte alla luce della biografia; descrivendo la risposta da parte del pubblico durante l’incontro del piacere estetico.

In conclusione, l’artista può dedicarsi pienamente alla sua produttività creativa solo dopo aver espiato i propri sentimenti di colpa.

Fluttuazioni dell’umore, attenzione, ambivalenza emotiva che aumenta la sensibilità alle associazioni, quindi alla creatività.

Ebbene eccoci qui oggi a fare psicologismo, tutti d’un tratto dottori di primo pelo a unir dolore ed arte, con fare romantico e psicologico.

Ma cosa distingue un artista da un non-artista? Non l’angoscia.

La sofferenza è condizione di tutti, lo stato indefinibile di malinconia non può essere quindi l’unica fonte dell’impulso creativo.

La creazione è farsi domande, affermare, affrontare.

Lo slancio creativo è un’emergenza aldilà del disagio, l’artista vive l’arte sempre, anche fuori lo schema doloroso.

Coloro che accadono solo se sofferenti sono solamente appassionati, artisti del dopolavoro.

L’idea che la sofferenza sia una necessità per l’intuizione artistica non è per me solo sbagliata ma pericolosa per le personalità autocrogiolanti del proprio dolore incoraggianti la distruzione.

L’artista produce, crea, porta all’essere qualcosa che non è (probabilmente sotterraneo). Essere artista è un modo di vivere, creando aldilà del bene e del male. L’artista getta lo sguardo nell’abisso, ma non un abisso sofferente, si parla di scendere a patti con la verità, affrontarla. È sì consapevole del dolore ma non ne fa l’unico monumento.

Nietzsche in “Ecce Homo”, per comprendere il pessimismo greco (la sofferenza comune all’individuo), che avvertiva essere forte e radicato ma allo stesso tempo non decadente, riconosce come l’uomo greco percepisse a fondo la negatività e la caducità dell’esistenza, ma anche come riuscisse, tramite lo spirito dionisiaco, a superare il nichilismo.

Sostiene che c’è una fondamentale visione dolorosa dell’esistenza in seno al pensiero, ma comune a tutti.

Quindi l’artista reagisce alla sofferente presa di coscienza che la vita non ha senso e si abbandona in toto ad essa, con un coraggioso “dire di sì”.

Nulla a che fare né con l’estetismo né con l’art pour l’art, ma riguarda da vicino la vita o, seguendo sempre Nietzsche, l’agone tra Apollineo e Dionisiaco.

L’arte è uno stimolante della vita, è il valore per la vita ciò che decide tutto, l’ebbrezza. L’ebbrezza quindi come condizione della trasfigurazione artistica, come ciò che determina il ribaltamento estatico del negativo nell’affermativo, della malattia nella salute, del brutto nel bello, della vita declinante e decadente nella vita ascendente.

La questione dell’arte, quindi, è la questione dell’artista, o meglio, la questione del vivere artistico e non la questione del dolore.

L’artista dice sì alla vita.

Questo sentimento è perciò la modalità artistica nella quale noi ci rivolgiamo a noi stessi o alle cose.

La disposizione d’animo in cui ci troviamo da sempre, per essenza è il modo fondamentale, in cui noi siamo al di fuori di noi stessi, rivolti a noi e alle cose, al mondo.

< idilli, esprimenti, situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo >

L’ebbrezza è un sentimento, fenomeno opposto, a quegli stati non artistici propri di chi è stanco, esaurito, inaridito, impoverito, per cui, se l’ebbrezza è lo stato preliminare per la produzione e la fruizione del bello, il contrario della bellezza non è né la bruttezza, né la volgarità, ma l’assenza di energia vitale, la tristezza. I tristi, i deboli, gli stanchi, gli esauriti sono, prima di ogni altra cosa soprattutto incapaci di bellezza, quindi di arte.

Attenzione, nessun artista è preda di passione, anzi, proprio la creazione esige un completo dominio della passione, esige che l’artista non smetta di spiare, di osservare la propria vita, sfruttando la propria passione per trasporla nella creazione.

A partire da quest’ultima annotazione, l’ebbrezza appare l’inevitabile condizione dell’arte.

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Scritto da: Archita Giuseppe Russo

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