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L’Arte si salva da sola

todayGennaio 22, 2025 32 2

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Immagina questo scenario: l’apocalisse è arrivata. Non sappiamo se siano stati i cambiamenti climatici, un’AI fuori controllo o un meteorite. Poco importa. Hai un compito: salvare un pezzo di umanità per chi verrà dopo, che siano alieni, robot o un manipolo di superstiti. Puoi portare con te solo poche opere d’arte. E allora, cosa scegli?

Prima di rispondere, fermati un attimo. Non è così semplice come sembra. Non si tratta solo di scegliere i capolavori più famosi o i pezzi più costosi. Bisogna raccontare la storia dell’uomo: i sogni, le paure, la bellezza, la follia. E forse, già ora, avremmo bisogno di ri-raccontarcelo tanto è sfalzata l’idea stessa che abbiamo di noi.

Che ne diresti del Guernica? quel “monumento alla distruzione” – secondo le parole di Herbert Read – che meglio di qualunque altra opera incarna la follia umana della guerra e il dolore universale che ne deriva. Ma forse lo stesso eco di denuncia e di protesta si esprime anche nei graffiti: nella rabbia, nella speranza delle scritte disordinate che compaiono sui muri come prove d’esistenza. Allora salverei la storia di Gérard Zlotykaimen che fu citato diverse volte in giudizio per avere tracciato i suoi Ephémères – Ombre – sui muri delle città d’Europa; salverei almeno uno di quei muri, di quelle porte, piene d’inspiegabili messaggi e di disegni senza firma che sono a volte sfregio e a volte battaglia, ma sempre sono il tentativo di lasciare una traccia in un mondo che ci sfugge.

Che cosa racconterebbe, meglio di questa paura e della lotta che incessantemente combattiamo contro il tempo, di cosa sia arte e di cosa sia l’umano?

E Artemisia Gentileschi, e tra tutte l’Autoritratto come suonatrice di liuto: la morbidezza dei tratti della donna, la scintilla viva del suo sguardo volto verso di noi solo per un istante, desideroso di tornare alle mani che, pizzicando le corde, danno vita a chissà quale melodia.

Il suono! Come preservarlo? Può un CD o un album in vinile racchiuderne davvero l’essenza? Dal primo vagito al primo canto, l’uomo ha sempre affermato la sua voce, quella traccia unica e irripetibile che lo distingue. La ribadisce nella paziente costruzione di strumenti, frutto di ingegno e ricerca del bello, esplorando le possibilità infinite della musica: una danza di vibrazioni e di silenzi che si alternano, creando un dialogo senza tempo e senza ragioni.

Cosa accadrebbe se in un futuro lontano un’altra civiltà ritrovasse, scavando fino a chissà quanti metri di profondità, un pezzo di plastica sbiadita con sopra un disegno quasi cancellato, ormai solo una chiazza gialla su sfondo bianco. Se poi incredibilmente, l’oggetto si aprisse e rivelasse un CD: The Velvet Underground & Nico, primo disco del gruppo pubblicato nel 1967 con in copertina la celebre o ormai iconica banana di Andy Warhol.

Quelle canzoni che raccontano di amori oscuri, dipendenze laceranti, alienazione e desideri inconfessabili, con una rivolta implicita nelle dissonanze e nelle intensità graffianti. Non ci sarebbe forse modo migliore per raccontare l’umano: l’uomo è un totale disastro, ed è proprio nel caos che l’arte prende vita. Errori elettronici, sfrigolii di cassa, ritmi imprevisti, vecchi ritagli di giornale, oggetti trovati per caso: tutto si mescola in una danza disordinata che genera bellezza. La creatività umana è questo, un collage vibrante di intuizioni, sbagli e casualità.

E poi nel futuro sapranno cosa è una banana? Potrebbero guardare quell’immagine e non avere la minima idea di cosa rappresenti. Forse non sarebbero nemmeno in grado di ascoltare la musica dei Velvet Underground. Che significato attribuirebbero allora a quell’oggetto misterioso e alla nostra civiltà? Un CD che si fa scultura silenziosa, artefatto e rebus enigmatico di un tempo remoto.

In quel contesto di totale decontestualizzazione, il CD non sarebbe più un semplice contenitore di suoni, ma un invito a proiettare significati, a cercare storie là dove tutto sembra muto. Forse proprio così avremmo preservato l’essenza più pura dell’arte: non come oggetto materiale, ma come enigma che sfida il tempo, un ponte tra i mondi. L’unica strada verso l’Ignoto, come direbbe Rimbaud.

Il bisogno umano di attribuire significato alle cose ci ha sempre spinto a sovvertire ogni prospettiva. Così, perfino un semplice orinatoio capovolto si è fatto arte con Fountain di Duchamp. Ogni oggetto comune può allora farsi opera d’arte grazie al solo racconto e al contesto che lo accompagnano. Forse, quindi, dovremmo preoccuparci meno di preservare gli oggetti e più di tramandare le storie che custodiscono.

Perché l’arte non teme la morte: è un processo inesauribile, intrecciato alla vita stessa e capace di esprimersi in ogni cosa.

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Scritto da: Martina Capezzuto

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