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In un annuncio che ha fatto il giro del web come un meme che si rifiuta di morire, Instagram ha recentemente dichiarato che entro il 2025 dirà addio ai filtri beauty. No, non stiamo parlando del cagnolino con la lingua o della faccia da alieno che ti fa sembrare più sveglio il lunedì mattina: si tratta di quei filtri che promettono di levigare la pelle, ingrandire gli occhi, ridurre il naso… Insomma, quei filtri che fino ad oggi ci hanno fatto credere di essere più “presentabili” per la timeline, quando in realtà stavamo solo barattando la nostra umanità con un’immagine da fantoccio digitale.
Questa decisione di Instagram potrebbe sembrare un passo avanti verso un web più autentico, ma guardiamola con occhio critico. Perché mai la piattaforma ha deciso di diventare improvvisamente paladina della “verità visiva”? Siamo davvero pronti a credere che il social network che ha costruito la sua fortuna sull’estetica perfetta e patinata ora voglia scardinare quei canoni? Più che un’epifania etica, potrebbe trattarsi di un tentativo di riempire di nuovi contenuti le sue campagne PR, mostrando un lato più inclusivo e “vero”. Ma siamo onesti: eliminare i filtri beauty non basterà a ridisegnare i canoni estetici che sono già stati martellati nella nostra psiche per anni.
La dittatura della perfezione visiva
Come sottolineano le ricerche raccolte in testi come Estetica della rete (edito dall’Università Cattolica di Milano), i social non si limitano a mostrare immagini: le creano, le modulano, le manipolano. L’estetica dei social network è un regime totalitario travestito da democrazia dell’immagine. Tutti possono postare, ma poche linee guida non dette determinano cosa è “degno” di essere visto. La pelle impeccabile, i sorrisi da dentifricio, le pose geometricamente calcolate: non sono solo mode passeggere, ma veri e propri standard imposti dalle piattaforme stesse, attraverso algoritmi e trend che promuovono certi contenuti a scapito di altri.
Valentina Tanni, in Exit Reality, ci ricorda che queste estetiche digitali hanno un impatto profondo su come percepiamo il nostro corpo e la nostra identità. La promessa implicita è: diventa come l’immagine che posti e sarai accettato. Non importa che sia falso, ritoccato, filtrato. Quell’immagine non è più solo rappresentazione: è aspirazione, è il nuovo reale. E i filtri beauty, lungi dall’essere semplici “giocattoli”, diventano strumenti di conformismo estetico. Eliminandoli, Instagram potrebbe anche rimuovere una parte dell’inganno, ma non può cancellare il sistema che li ha resi indispensabili.
Le riflessioni sul tema non sono nuove. La tecnologia dei social ha costruito una nuova percezione del corpo, in cui l’identità visiva è sempre più disconnessa dalla realtà fisica. Non siamo più noi a creare le immagini: sono le immagini che ci ricreano, ci rifrangono, ci riconfezionano. E il loro potere non si limita a un selfie ben riuscito. Diventano parte del nostro dialogo interiore, influenzando come ci vediamo allo specchio e come ci confrontiamo con gli altri.
A questo punto, l’annuncio di Instagram di eliminare i filtri beauty sembra più un’operazione di restyling morale che un reale cambiamento. È come un marchio di sigarette che improvvisamente decide di vendere solo pacchetti con foglie di tabacco organiche: il problema non sono le foglie, ma la dipendenza stessa. Il web è ancora intriso di narrazioni visive tossiche, rafforzate da algoritmi che premiano la superficie perfetta. Anche senza filtri, il modello estetico dominante resterà intatto fino a quando non cambieranno le regole del gioco.
E ora che facciamo?
Se Instagram è davvero interessato a un’estetica più genuina, deve iniziare riformando i suoi algoritmi, premiando contenuti che mostrano una varietà reale di corpi, etnie, età. Deve incoraggiare storie visive che non nascono dal bisturi digitale o dalla palestra a sei zeri, ma dall’autenticità quotidiana. Solo allora potremo parlare di un cambiamento reale nell’estetica dei social.
Per ora, il messaggio che ci arriva è chiaro: il volto di Instagram senza filtri potrebbe essere meno “perfetto”, ma dietro la maschera, i meccanismi di esclusione e pressione estetica restano immutati. E finché non scardineremo quei meccanismi, le dichiarazioni sulla “vera bellezza” resteranno poco più di filtri su una nuova facciata pubblicitaria.

Non chiamatela “critic*” che si offende. Redattrice per testate di settore come Sipario e GufettoMag, conduce i programmi Blend e Rotopalco su UnderPark Radio, unendo una critica vintage e anacronistica e radiofonia.
Scritto da: Serena Spanò
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