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play_arrowJust Music Flusso d'incoscienza

Un recente sondaggio ha rivelato che il 52% dei giovani inglesi tra i 13 e i 27 anni sarebbe favorevole al ritorno di una dittatura. Un dato, dal mio punto di vista, preoccupante, allarmante e, in qualche modo, estremamente attuale.
L’arte è uno specchio della società. Può rifletterla, ma anche sovvertirla.
Non è detto che sia uno specchio veritiero: a volte, quando la società precipita nel baratro, è proprio l’immagine distorta e distopica dell’arte a farci percepire il crollo della realtà.
Pensiamo a cosa potremmo ascoltare sotto una dittatura. Un regime che imponga un controllo musicale ci priverebbe delle sonorità rap di Eminem, degli scontri tra 2Pac e Notorious B.I.G., delle canzoni anti sistemiche di De André e delle riflessioni ironiche di Giorgio Gaber.
E ancora, ci vedremmo privati della rabbia punk dei Sex Pistols in God Save the Queen, della denuncia sociale di Bob Dylan con The Times They Are A-Changin’, e delle atmosfere alienanti di Another Brick in the Wall dei Pink Floyd.
Eppure, proprio in questo contesto repressivo, la musica potrebbe diventare un’arma di resistenza. Come accadde nell’Italia risorgimentale, dove Giuseppe Verdi divenne, suo malgrado, simbolo dei moti carbonari con l’acronimo “Viva Verdi” che celava il messaggio “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”.
Ma se davvero la musica fosse ingabbiata dal potere, quale sarebbe la melodia dell’ordine? Forse una sequenza ossessiva di armonie perfette, priva di dissonanze, priva di scarti, priva di respiro. Un suono che si piega al ritmo della marcia, che scandisce il tempo del consenso, che impone la sua identità senza lasciare spazio all’improvvisazione. Sarebbe la fine del jazz, della sperimentazione elettronica, del caos creativo. Sarebbe un’eco che si ripete all’infinito, un’armonia sterile che si rifrange come uno specchio infranto, incapace di restituire la complessità dell’umano.
Eppure, la musica nelle sue distorsioni, nei suoi errori, nelle sue improvvisazioni, ha la capacità di scardinare l’ordine e di trasformare l’immagine riflessa in una realtà nuova e liberata.
E allora, oggi, in questa rubrica musicale, vogliamo chiudere con una doppia domanda:
Se ci fosse una dittatura, quale sarebbe la sua musica? E quale, invece, la musica della rivoluzione?
Aspettiamo le tue considerazioni nei DM di Instagram.
Scritto da: Michele Piramide
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