Editoriale

Il tuo cappotto è una linea

todayFebbraio 3, 2025 23 2 5

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Vintage è un vino d’annata e di pregio, ma vintage lo è anche il blazer del nonno, la giacca in tweed scozzese, il cappotto di MaxMara quando ancora era in 100% lana e non in misto. Vintage, insomma, è il capo da indossare di straordinaria fattura, spesso artigianale, d’atelier, di sartoria.

E, anche se la storia dell’abbigliamento vintage è vecchia almeno quanto gli oggetti che tanto ricerchiamo nei mercatini, è anche vero che una moda spiccatamente moderna, contemporanea, l’ha riportato nelle strade. Varie le ragioni: in primo luogo, una questione ambientale, perché vestire vintage significa vestire con abiti usati, di seconda o, più spesso, terza, quarta mano. Abiti, insomma, che non provengono dalla filiera della fast fashion e ripudiano in principio il consumismo. In secondo luogo, i capi vintage hanno una storia, sono storia, e la raccontano attraverso le etichette, con nomi di vecchi possessori, indicazioni di lavaggio con detergenti oggi introvabili, loghi di sartorie chiuse da almeno cinquant’anni: questi capi racchiudono una cartografia, una storiografia, sempre collettiva – quella del lavoro artigiano in un luogo, città o paese – e personale. Infine, i capi vintage spesso sono stati realizzati con materiali di qualità altissima: lana, cashmere, vigogna, alpaca, cammello; e persino i polimeri, le plastiche, i metalli, le galvaniche ancora resistono senza ingiallirsi, senza perdere la lucentezza.

Ma secondo chi scrive i capi vintage vantano un altro merito: la manifattura, l’orma delle mani sapienti che hanno orlato un fondo di pantalone, un fondo di cappotto, l’occhio di una manica, un’asola, il suo bottone. Sono vestiti che portano la memoria di una tecnica ancora oggi esistente, osservabile in qualsiasi sartoria, ma che irrimediabilmente è andata via via a diminuire la sua presenza sul mercato. L’avvento della fast fashion, e con lei un progressivo avvicinamento del pubblico a un sistema di sostituzione a discapito di un sempre più veloce allontanamento dal concetto di valore, sta causando il logoramento di quel patrimonio intellettuale e culturale che è l’artigianato alla stregua di come va a estinguersi una specie o a morire una lingua non più parlata.

La conoscenza infatti non è solo un mucchio di concetti immagazzinati nel nostro cervello alla stregua dei blocchi di vestiti di Zara nelle discariche. Dovremmo smetterla di pensare secondo “blocchi”, secondo principi di impilatura e riempimento e piuttosto iniziare a concepire i pensieri e le informazioni come linee, come fili, per restare in tema vestiti, che si intrecciano. Tim Ingold è il fondatore della “lineologia”, una branca nuovissima dell’antropologia contemporanea che si inscrive in un dibattito ontologico della disciplina, andando a unire, anzi, “annodare” filosofia, antropologia e scienze.

Cosa c’entra questo con il vintage? Riprendiamo il discorso sull’artigianalità: pensare il mondo come un fascio di fili intrecciati significa pensare un mondo senza oggetti, laddove per “oggetti”, intendiamo entità totalmente passive e sottoposte al nostro volere. In una corda infatti ogni filo collabora attivamente, persino i fili vecchi, quelli che finiscono, servono da base, da “grip” per i nuovi e se arricchiamo la nostra metafora e pensiamo a una corda di fibre naturali, allora dovremo iscriverla in un regime ancora più vitale, sottoposto all’azione del tempo, degli agenti atmosferici, della decomposizione.

In questo flusso in cui tutti, animali, cose e uomini, siamo iscritti, gli artigiani non sono meri impositori della forma alle cose, non seguono più l’ilomorfismo, ma inseguono il filo del materiale, lo acciuffano nel suo scorrere e per un po’ci “danzano”, nel senso che mettono in gioco la loro forza, attraverso i loro strumenti, e il materiale, secondo la propria natura risponde, anzi, corrisponde (per dirla con un termine ingoldiano) con la propria forza e il risultato, l’opera, sarà un nodo di questo filo, destinato a seguire trame che andranno oltre l’opera stessa.

Pensare il mondo attraverso questa metafora, diventare anche noi lineologi, ci porta a pensare l’artigianalità come una narrazione, come la tessitura, appunto, di un filo, annodato e riannodato, magari letteralmente attraverso un uncinetto o un ago, di una storia (sarà poi un caso che la trama sia quella della storia come quella dell’ordito?). La nostra mente, così, non sarà più un vaso riempito di sapere, ma un gomitolo, le cui estremità si diffondono, riempiendo di conoscenza tutto il nostro corpo, e potendo riconoscere finalmente il sapere delle mani che tessono, dei piedi che danzano, delle gambe che viaggiano.

Ha collaborato alla stesura dell’articolo Benedetta Marinelli

Autore

Scritto da: Fabrizio Pelli

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