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play_arrowJust Music Flusso d'incoscienza
Un mondo abitato da due esseri pacifici su un palco spoglio di ogni cosa, ed è subito l’immenso.
In un presente di nicchie chiuse in sé stesse e di sperimentazioni tra simili il teatro sembra restare indietro ai meno avvezzi, in realtà il teatro è sorprendente vigile ai cambiamenti della società e permeabile alle sperimentazioni, soprattutto musicali. Ne è un esempio la meravigliosa performance dei fratelli Lauro e musicata dal vivo da Amedeo Monda, per una produzione Sosta Palmizi!
A primo acchito, il titolo della performance suscita una certa curiosità. Nel gioco degli scacchi lo Zugzwang indica il momento in cui si è obbligati a fare una mossa, nonostante ci si senta impossibilitati a farlo, poiché si sa che, muovendo, qualcosa andrà sicuramente perduto, se non addirittura tutto. E allora cosa muovere, e soprattutto come muovere, e ancora, bisogna muovere? Fino a che punto il movimento è uno slancio vitale e quando diventa una fuga o uno stallo?
Due individui, fratello e sorella sul palco e nella vita, sono pedine all’interno di una scacchiera, un labirinto di figure familiari (ben 72 ritratti di avi, antenati e parenti) in cui sono racchiuse tutte le loro possibilità di movimento e di relazione. Ad ogni figura corrisponde un mondo, un enigma da attraversare e decifrare. Tra deviazioni, incastri e impasses i danzatori provano a disinnescare il gioco, piegandone le regole e chiedendosi quanta libertà sia concessa in un ordine prestabilito, ma Zungwang, il sistema sembrerebbe inamovibile.
Un costruire lentissimo, morbido e adombrante, che i due fratelli muovono, ribadendo la fermezza del passato (che va ripetuto, rispettandone le regole le forme, i tratti e ritratti distintivi) e tentando di anticipare ciò che sarà a venire, alla ricerca di escamotage e vie di fuga strozzate sul nascere. Con questo Zugzwang, espressione danzante corporea e si confermano nobili rappresentanti di una nuova scena di danza contemporanea di rara qualità, autori di allestimenti stimolanti ed elegantemente creativi. Come due asceti i danzatori fioriscono attraverso una serie di movimenti quasi impercettibili che si sviluppano istante dopo istante, in armonia e concentrazione con l’universo, usando energia atta a sopravvivere.
Lo spettacolo dimostra che anche il movimento può avere un suono proprio e primario, unico, data l’assenza (iniziale) della musica che si svilupperà progressivamente nel corso della performance. I danzatori fanno parte del gioco – sono il gioco -, della consapevolezza di ciò che è, il movimento, che il movimento è azione e l’azione è decisione, e quindi consapevolezza della decisione da prendere nonostante l’alto costo dell’agire. Un terzo, attore, il musicista polistrumentista Amedeo Monda, incombe dietro ai danzatori, sullo sfondo, abitando una consolle. Dal fondo della scena il musicista inizia a creare atmosfere oniriche con un’armonica ma presto finisce col pizzicare suoni e sibili che velano ciò che comunque non può essere nascosto, la celebrazione dello scorrere del tempo dei suoi nervosi e inquietanti attimi, di una benda enorme da mettersi sugli occhi per non vedere quel che può farci soffrire.
Una reazione alla passività della coazione a ripetere degli avi, dell’obbedienza forzata al tempo, in questa partita con la via che sembrerebbe persa in partenza, è indispensabile. Anche se scoordinati, ognuno a suo modo, nelle incognite eventuali i danzatori fanno un tentativo. I suoni allora si amplificano, stridono, arrivano fin sottopelle qualche volta, come battiti di orologio, tempo e spazio senza scampo alcuno di fuggire. I movimenti minimi accelerano, richiamano altri istinti, mentre sottofondo sembra di sentire rumori di guerra, elicotteri in volo impazziti in un’umanità frastornata.
I corpi, illudendosi di essere liberi cercano l’Io con istinto e creazione, le espressioni facciali che indicano gli stati d’animo attraversati. La coreografia dei fratelli Lauro è ricerca, invenzione, studio, è una rara occasione di vedere corpo come materia, figura plastica, opera di carne e istinto, mentre la luce si attenua come fosse luna notturna. Le figure si rendono conto di trovarsi in un labirinto e attuano un modo di poter vivere con un proprio schema, muovendosi tra detriti, decidendo, agendo. Sulle note di Immensità, di Andrea Laszlo De Simone, avviene l’inatteso. I fratello trovano l’armonia negli ultimi movimenti, per la prima volta sincronizzati, decisioni destinate a creare azioni in grado di rifiorire tra le frantumazioni.
Il teatro può incontrare la musica? Lo ha sempre fatto, andare in sala per credere.

Non chiamatela “critic*” che si offende. Redattrice per testate di settore come Sipario e GufettoMag, conduce i programmi Blend e Rotopalco su UnderPark Radio, unendo una critica vintage e anacronistica e radiofonia.
Scritto da: Serena Spanò
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