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Care Lettrici, cari lettori, passato un po’ di tempo, torno a parlare del premio letterario più chiacchierato d’Italia, il Premio Strega. Complici la nuova dimensione social e la spettacolarizzazione della premiazione che è andata costruendosi nelle scorse edizioni, a oggi il Premio Strega rimane, nel bene o nel male, il più conosciuto premio letterario italiano, specialmente fra i non addetti ai lavori.
Un premio che, dalla nascita, si propone di premiare romanzi e racconti, narrativa insomma, che con l’introduzione del Premio Strega Europeo, estende la nomina al di là delle Alpi e delle sponde del Mediterraneo. È recente, poi, l’implementazione della sezione poesia (risale a due anni fa) e quest’anno è stata aggiunta anche la sezione saggistica. Sezioni, queste ultime, che hanno causato interessanti dibattiti sulla natura del premio, che ad alcuni è sembrato snaturarsi, e ad altri è parso, invece, allargarsi con successo, ottenendo l’attenzione di una fetta di pubblico più ampio – e per certi versi settoriale.
Prima di discutere di queste novità, però, alcune premesse: innanzitutto, chi premia il Premio Strega? De iure, un libro pubblicato tra il primo marzo dell’anno precedente e il 28 febbraio dell’anno in corso, nozione puramente legislativa e basilare. Ma, di fatto, che libri ha premiato il Premio Strega?
Il critico Gianluigi Simonetti, mente acuta e osservatore analitico della letteratura contemporanea, ha scritto un saggio a riguardo, che indaga con perizia le tendenze e la storia del premio. Il titolo: Caccia allo Strega. Anatomia di un premio letterario (nottetempo, 2017). È diffusa l’idea – per certi versi erronea – che lo Strega fondi una specie di canone letterario. Chi scrive, in accordo con le tesi di Simonetti, dissente da questa visione: lo Strega, infatti, sembra invece rincorrere il canone, arrivando spesso in ritardo sulle opere importanti di autori che, invece, si ritrovano premiati grazie a opere della maturità e meno brillanti perché “tanto il capolavoro l’hanno già scritto”. Numerosi sono i nomi che si potrebbero citare: lo schivo Tommaso Landolfi, con A caso, nel 1975 o Mario Pomilio, con Il Natale del 1833, nel 1983.
Similmente, la sezione poesie, nei suoi due anni di attività (questo è il terzo), sembra premiare autori addetti ai lavori, come nota Marco Zonch in un articolo radicalissimo uscito di recente su Argo Online. Zonch nota come il mondo accademico si sovrapponga (in modo abbastanza evidente) con il mondo della poesia: dei proposti alle due edizioni del premio (vinte rispettivamente da Vivian Lamarque e Stefano Dal Bianco), solo un profilo (Eva Laudace) risulta esente da un’educazione umanistica.
Interessante quanto dice Simonetti rispetto all’ambiente che componeva l’hummus del premio primitivo: l’ambiente del salotto culturale chiuso, romano, elitario e ristretto. Ambiente oggi scomposto, più aperto, decostruito per certi versi, ma che forse rivive la sua primavera nell’accademia della sezione poesia(?). Lascio volutamente il punto interrogativo tra parentesi.
L’introduzione del premio alla saggistica apre nuove prospettive: chi scrive si chiede se non sia “troppo”; se l’azzardo dell’ampliamento non rischi di condurre tutto in caciara. Un premio come lo Strega – e per certi versi, seppur diversamente, come il Campiello – si reggeva fino a poco tempo fa sull’assunto che il libro premiato sarebbe stato di narrativa, e che la narrativa riflettesse un mercato, uno stato dell’arte, un’opinione (più o meno) pubblica. Premi ben più piccoli “disperdono” l’attenzione in più settori – che non sia un rischio anche per il famigerato Strega? Che non rischi anche il più grande e chiacchierato premio letterario italiano di diventare un premio di paese?
Nulla di male nell’aprirsi a nuove proposte; più difficile il confronto con una tradizione: come con la chiesa, che difficilmente può essere progressista, anche in questo caso rimaneggiare il premio significa andare a toccare le fondamenta filosofiche di un sistema. Sarà interessante, care lettrici e cari lettori, vedere gli esiti di questo confronto.
Scritto da: Fabrizio Pelli
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