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Quanto segue non vuole dare risposte, ma lasciare qualche dubbio, porre domande.
L’anno scorso è un uscito un libro, intitolato The Book, contenente tutte le istruzioni per far ripartire una civiltà da zero. Un’edizione elegante, illustrata, di grande formato, uscita per i tipi di Marsilio Arte. L’uscita di un libro del genere, che non nasconde in alcun modo il timore della fine, mi ha suscitato alcune riflessioni sulla relazione che oggi viviamo con il tempo, e di come il concetto di durata sia cambiato.
La durata è l’entità che fornisce contorno a quanto ha tendenza a dissolversi. Il timore che nulla di noi ci sopravviva è insito nell’umano (ma, si potrebbe dire, per certi versi persino insito nello stesso meccanismo evolutivo) almeno da quando questo esiste. Con l’avvento dei social si è cominciato a parlare della futilità delle cose e di come la velocità abbia contagiato ogni aspetto della nostra vita, dal lavoro alla lettura. Da ciò nasce una nuova richiesta all’arte, alla letteratura, al cinema: pretendere meno tempo in cambio di più varietà di contenuti, accorciare, condensare. Ed ecco la nascita di case editrici specializzate nella forma racconto, nelle novelle, il ritorno – l’arrivo? – in Italia della microfinzione; il reel come nuovo cinema, nuovo giornalismo, nuova narrazione; le NFT, l’arte digitale, non più profili ma gallerie personali.
Tutto questo, velocissimo, incorporeo eppure realissimo e tangibile, esiste in forma di ossimoro: e lo osserviamo, immobili, da un piccolo schermo.
Questa non è una polemica: chi scrive non crede nella retorica dei social che non permettono di vivere la vita reale, né nell’idea che quello che accade su internet sia futile, senza relazioni con la vita concreta (attenzione: concreta, non reale, ché, come detto, anche i social sono reali – e a dire il vero, per certi versi, persino concreti). L’amanuense che trascriveva una vecchia copia di una tragedia di Euripide aveva fiducia nella durata della pergamena, nel detto scripta manent, nella concretezza della sua scrittura. E noi stessi viviamo con la certezza in mano che internet durerà per sempre.
Eppure, il tempo è una domanda e la memoria una risposta: perché porsi continuamente il problema della durata? Perché accusare di frivolezza quello che non rimane? Che sia un problema del nostro tempo venire a patti col fatto che è la memoria (e non la corporeità) a far restare le cose? Mi sarei posto le stesse domande se The book fosse uscito in formato ePub?
Scritto da: Fabrizio Pelli
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