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“C’era una volta…”
Un re, direte voi. E invece no. C’era una volta un piccolo topo, e un uomo che seppe creare -da quel minuscolo e buffo disegnino- un impero che, nel corso degli anni, ha attraversato intere generazioni di piccoli sognatori. Sono passati molti anni dalla creazione di Topolino, e i film d’animazione hanno acquisito un enorme valore nella società contemporanea. Mentre il cinema live action, anche quando s’avvale di ambientazioni fantastiche ed effetti speciali, si confronta sempre con limiti sul piano della realtà, il design del cinema d’animazione è molto più espressionista, poiché riflette in modo più evidente le emozioni ed i moti interiori dei personaggi. Salti e voli pindarici, occhi a cuore davanti all’amato o sguardi che si incupiscono per rabbia o odio: l’animazione non descrive la realtà oggettiva, ma la percezione della realtà da parte dei personaggi. Spesso etichettati come semplici prodotti di intrattenimento destinati ai più piccini, in realtà sono potenti veicoli di messaggi emozionanti e profonde riflessioni sulla nostra interiorità e sui problemi sociali che ci circondano. Questi prodotti cinematografici pongono i bambini di fronte alla complessità delle emozioni e temi molto maturi, e “i più grandi” di fronte ad una realtà che-esattamente come ci appariva da bambini- può essere potenzialmente illimitata. I film d’animazione ci spingono a riflettere sui grandi temi della vita riacquistando uno sguardo puro e incontaminato.
Molti dei protagonisti dei film d’animazione sembrano confrontarsi con la domanda: “Io chi sono?” Se lo chiede Simba, cercando di allontanare il senso di colpa per la morte del padre Mufasa (trauma di intere generazioni), se lo domanda Mulan, scrutando il proprio volto truccato in uno stagno e domandandosi se riuscirà a soddisfare le aspettative genitoriali e, al tempo stesso, a trovare il proprio percorso del mondo.
When will my reflection show
Who I am inside?
Il tema della scoperta della propria individualità è centrale nei prodotti partoriti dalla mente creativa e malinconia di Miyazaki, il regista giapponese che da oltre cinquant’anni brilla nell’Olimpo dei film d’animazione. Attraverso il suo sguardo profondo e delicato, le sfumature variopinte della vita; gioia, dolore, meraviglia, sofferenza, innocenza, fallimento; si mescolano insieme, dando forma a storie delicate, e al tempo stesso, velate di un simbolismo enigmatico e complesso. I film partoriti dalla mente geniale del regista giapponese – dai più dolci e positivi come Kiki: consegne a domicilio e I sospiri del mio cuore a quelli più allegorici e crudi come La città incantata e Il ragazzo e l’airone– lasciano lo spettatore con un forte senso di disorientamento, come se si avesse ascoltato una fiaba bellissima senza averla compresa fino in fondo. E la vita, alla fine, non è davvero così? Disorientante, priva di scopo, un susseguirsi di strade che s’intrecciano, frammenti privi di senso e diramazioni che comprendiamo sempre a posteriori? Forse i film di Miyazaki vanno guardati un po’ così: distruggendo un velo di raziocinio, sapendo che non comprenderemo tutto- capiremo poi, forse- e, che in fondo, è giusto e va bene così.

I film d’animazione ci permettono di svelare il velo della realtà che ci circonda, di osservare il mondo da una nuova prospettiva. In questo, la Pixar eccelle: ha una capacità unica nel cogliere elementi della quotidianità e trasformarli in qualcosa di straordinario. Prendi un oggetto familiare a tutti i bambini, come i giocattoli che tanto amano, e dona loro vita, desideri e paure: nasce Toy Story, primo lungometraggio ad essere realizzato in CGI e ormai un classico senza tempo. Oppure prendi la paura infantile di ogni bambino – i mostri tanto temuti che si nascondono nell’armadio- e costruisci un intero universo con le sue leggi e i suoi problemi: ecco Monsters&Co, una brillante riflessione sulla paura come strumento di controllo. E ancora: Inside Out, attraverso l’antropomorfizzazione delle emozioni, racconta una grande fiaba sulla mente umana e sulla sua complessità.
Prendi poi una coniglietta. E’ piccola, all’apparenza è indifesa eppure, dentro di sé, lei si sente determinata a raggiungere il suo obbiettivo: diventare una poliziotta, malgrado questa professione sia preclusa agli animali “molto più grandi di lei.” Una premessa semplice, uno dei prodotti in cui la Pixar tocca i suoi picchi più alti di genialità: Zootropolis. Un capolavoro che racconta gli effetti del razzismo, ma anche la descrizione di una società crudele e corrotta in cui sono i potenti i principali artefici delle grandi ingiustizie. Suona molto familiare, non è vero?

Succede, a volte, quando riguardiamo i film d’animazione, di cogliere dettagli o battute che il nostro sguardo infantile non aveva compreso totalmente. Il popolo dell’Internet, puntualmente, riscopre in Shrek, geniale opera della Dreamworks, qualche battuta molto irriverente e un po’ troppo spinta che non aveva completamente colto. La Dreamworks, seppur talvolta considerata la “pecora nera” rispetto a Disney e Pixar (ormai ufficialmente unite), non lo è mai in senso negativo. Mentre la Disney e la Pixar giocano con le nostre emozioni e con la creazione di universi incredibili, l’unicità della Dreamworks risiede nella sua audacia, nel suo approccio irriverente. La Dreamworks, come una vera “fabbrica dei sogni”, non conosce limiti: spazio enormemente con le sue battute pungenti e le satire che, spesso, colpiscono più adulti che bambini e non ha paura di esplorare tematiche provocatorie.
Z la formica, esordio della celebre casa di produzione, è un film purtroppo spesso dimenticato, che muove una critica feroce all’omologazione in un mondo di formiche dove ogni individuo ha il proprio posto predefinito. Un film per bambini? Non troppo, se una delle formiche operaie si ribella al sistema urlando: “i mezzi di produzione appartengono al proletariato!” E che dire degli altri capolavori? Le menti dietro i film della Dreamworks sembrano conoscere molto bene gli stereotipi e, invece di limitarsi semplicemente a criticarli, li mettono in scena in modo quasi provocatorio, per poi ribaltarli con ironia e intelligenza. Madagascar – comico e divertente – è una feroce critica al concetto di “contronatura”, Spirit – Cavallo selvaggio, affronta il tema della conquista selvaggia del West da parte dei colonizzatori bianchi, raccontata dalla prospettiva di un cavallo che combatte per la sua libertà.
“Una voce dice ricordati chi sei
Sei un soldato che non sarà mai schiavo
Non ti arrendere
Ricordati chi sei.
Sei un guerriero
che combatte per la vita
Per la libertà.”

Il cinema d’animazione ha spesso posto al centro il tema del rapporto dell’uomo con la natura (Wall-E della Pixar e Principessa Mononoke di Miyazaki), ma tale tendenza sembra essersi amplificata, con il dibattito sul cambiamento climatico si è fatto molto più esteso. Come dimostra Flow – un mondo da salvare, film lettone vincitore dell’ultima edizione degli Oscar, una parabola apocalittica in cui un gruppo di animali cerca il modo di sopravvivere in una terra ormai devastata. Dolce, delicato, totalmente privo di dialoghi, il film punta maggiormente sull’esperienza sensoriale dello spettatore: è un dolce invito a custodire il pianeta che abitiamo perché, alla fine, siamo tutti immersi in un grande cerchio della vita.
E così, tra matite e pixel, il cinema d’animazione continua a farci sognare. E’ un linguaggio universale e ogni fotogramma ci spalanca le porte su mondi impossibili. Perché, come ci insegna Il Re Leone, “il passato può fare male, ma a mio modo di vedere, puoi scappare oppure imparare da esso.” E il cinema d’animazione fa proprio questo: racconta, ricorda, trasforma. Ci descrive la vita e le sue immense sfumature, come dice Coraline: “ci sono cose meravigliose e cose terribili, ma bisogna vederle entrambe”. E, in fondo, ci ricorda la lezione più importante, quella di Toy Story: “Verso l’infinito e oltre!”: perché l’immaginazione non conosce confini, e il grande schermo continuerà sempre a regalarci la bellezza e la scoperta di nuovi mondi.
Scritto da: Arianna Gnasso
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