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Un comunicato stampa nel mondo dello spettacolo è una promessa, ma a teatro, come nella vita, ci sono promesse che sarebbe meglio non fare. Per il resto, tu chiamale, se vuoi, illusioni…
Dal 15 al 19 aprile è tornato per il secondo anno consecutivo in scena al Teatro Vascello di Roma uno degli ultimi lavori di una delle compagnia più acclamate della Città Eterna. Ospiti di Blend qui su UnderPark Radio lunedì 14 aprile, alla vigilia della prima di “Salveremo il mondo prima dell’alba”, gli artisti di Carrozzeria Orfeo si attirano dagli albori del loro sempre più dilagante successo critiche aspre come una tazzina di caffè in cui sia caduto per caso del succo di lime o smielate manifestazioni di devozione artistica.
Dopo aver ospitato dal vivo Massimiliano Setti (storico elemento della compagnia) e Sebastiano Bronzato in diretta e aver visto lo spettacolo, non sarebbe corretto non mettere alcuni puntini sulle i prima di intraprendere la recensione strictu sensu. Con artisti preparatissimi, generosi e umili, Carrozzeria Orfeo dà conferma a una grande massima popolare, e cioè che l’abito non fa il monaco, dove per “abito” intendo la fama che li precede e i personaggi che mettono in scena sul palco da più di 15 anni (il sito della compagnia a quanto pare non è aggiornato). Visti, infatti, come VIP artists a Roma, santoni del teatro contemporaneo dai mistici poteri taumaturgici su qualsiasi testo tocchino (i re Mida del XXI secolo, idolatrati come l’oracolo di Siwa da Alessandro Magno), sono, in realtà, artigiani molto consapevoli delle loro potenzialità e dei propri limiti, intelligenti studiosi della società che li circonda e del loro pubblico.
E “Salveremo il mondo prima dell’alba” ne è un esempio.
Alcuni super ricchi si ritrovano in una clinica di rehab gestita da una intelligenza artificiale e da un coach sopra le righe raccontando le loro miserie, all’alba della fine del mondo (ma di quest’ultimo particolare poco ci importa alla fine dello spettacolo, avvenendo rocambolescamente e sullo sfondo delle “più accattivanti” vite sgangherate dei protagonisti). Pur spostando la rotta sulla fetta della società analizzata (dagli “ultimi” di Thanks for Vaselina ai reietti fin troppo vicini allo stereotipo dell’Upper East Side), gli strumenti e i presupposti metodologici restano per lo più invariati, e, per certi versi, calmierati.
Fedeli alla poetica “televisiva” che li ha resi celebri e alla tipica costruzione drammaturgica per “accumulazione” di gag e battute argute o semplicemente salaci, anche questa volta Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi restituiscono sulla scena uno spaccato sociale costantemente in medias res a marce forzate dalla comicità. Questo lavoro in particolare, però, nonostante abbia la pretesa (o la promessa) di un approfondimento, di uno studio, di una riflessione socio-antropologica (in questo caso pure avvalorata da una consulenza filosofica citata nei crediti i cui frutti non si rilevano in sala), sembrerebbe per il classico pubblico teatrale, abituato al vezzo della riflessione, un pur ottimo episodio di un comedy show. Il linguaggio adottato è più assimilabile a quello del piccolo schermo, carico di ritmo, poco interessato all’intreccio e alla trama quanto all’approfondimento delle microstorie dei protagonisti (prima grande regola della sceneggiatura è incuriosire lo spettatore su quel che il personaggio farà alla fine della vicenda che sulla vicenda in sè), pronto a stordire il pubblico a suon di battute e risate condivise. E potrebbe anche essere un’ottima mescidazione, una forma ibrida di linguaggi, peccato che quello teatrale ne esca sopraffatto e che dopo due ore di show anche una mandibola ben allenata potrebbe iniziare a stancarsi, come una mente ben allenata e concentrata a impigrirsi (come in tv tutto quel che accade è meticolosamente spiegato, anche troppo).
Tuttavia, anche in questo caso la compagnia si fa scaltramente forte delle economie messe in campo e di capacità manageriali che fanno invidia ai colleghi. Interpreti fortissimi, in grado di far fronte a una drammaturgia verbosamente ritmata e semplice solo da fruire, e impeccabili in scena (Massimiliano Setti è un coach formidabile!) sono la forza lavoro finale di un progetto studiato al dettaglio anche da un punto di vista tecnico. Le scene dal design contemporaneo sono raffinate e arredate con gusto, un’oasi zen ma anche iper tecnologica, dotata di porte, poltrone, tappeti, un terrarium, una finestra sull’universo con tanto di telescopio su pedana e due saune ai lati. Luci e colonna sonora cooperano con qualità indiscussa alla creazione di un prodotto di intrattenimento congeniato per essere inevitabilmente vincente. Ma per chi? Beh, qui arriva il culmine della professionalità di Carrozzeria Orfeo, il motivo per cui molte compagnie dovrebbero davvero prendere esempio dal loro modus operandi. Questa compagnia ha ben chiaro chi sia il suo pubblico, lavora per un target per cui i linguaggi, i toni, i temi, i vezzi e i ritmi scelti sono perfetti, un’audience che sa cosa acquista e che all’ingresso in sala non ha bisogno di leggere le promettenti note di regia sul sito del Teatro Vascello, perché comunque vada, se ride e ha la sensazione di aver riflettuto su qualcosa di importante attraverso i voice over di Alice Giroldini, torna a casa soddisfatta e sinceramente divertita. Carrozzeria Orfeo non parla, a differenze della maggior parte delle compagnie, a una platea indefinita, riuscendo a scrivere e a creare spettacoli di indubbia qualità tecnica con una chiara progettualità definita sulle esigenze del proprio pubblico.
Per questi motivi, Carrozzeria Orfeo è un esempio virtuoso di come il mondo del teatro si potrebbe salvare prima dell’alba, basterebbe solamente piantare con il giusto ritmo e la cura richiesta un bonsai melo e raccoglierne i frutti.

Non chiamatela “critic*” che si offende. Redattrice per testate di settore come Sipario e GufettoMag, conduce i programmi Blend e Rotopalco su UnderPark Radio, unendo una critica vintage e anacronistica e radiofonia.
Scritto da: Serena Spanò
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