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Essere artisti in questo paese, si sa, significa sapersi arrangiare, vivere perennemente in bilico tra l’astratto ed il reale, significa improvvisare, divertirsi, mettersi in gioco, ma soprattutto significa essere soli.
Soli in quanto vittime di una società che non li reputa lavoratori. Soli perché non totalmente regolamentati dalla politica che tutela debolmente queste categorie, che li obbliga a rimboccarsi le maniche e a trovare ogni genere di espediente per andare in scena per donare il frutto della propria ricerca artistica al pubblico. Soli perché piccoli artisti, poco considerati da una cultura superficiale. Soli perché essere artista significa anche doversi improvvisare attore, regista, scenografo, tecnico, drammaturgo. Soli perché senza la celebrità, non sei nessuno.
Questa è una fotografia impietosa (e forse un po’ drammatizzata, ce ne rendiamo conto) della situazione in Italia: l’artista non è considerato un mestiere dalla politica e dal pubblico (pur) pagante, o almeno, non prima di “avercela fatta” (che poi, cosa significa?). Ciò grava enormemente sugli attori emergenti, che senza grandi produzioni alle spalle (che in ambito teatrale equivalgono a modeste o indipendenti produzioni cinematografiche), sono obbligati a fare salti mortali per portare in scena lavori sui quali non vi è nessuna garanzia di successo, ma su cui basano la loro esistenza.
Artisti che in mancanza di mezzi si trovano a dover affrontare dei veri e propri one man show in cui ogni aspetto, da quello della performance a quello tecnico, è curato da loro.
La situazione può essere notata anche dalla presenza esagerata di monologhi nei teatri della città (alla luce di quanto scritto, può essere molto scontato il motivo). Anche se questa solitudine può essere un handicap per alcuni progetti artistici, allo stesso tempo rende ancor più stimabile l’ingente lavoro degli artisti, soprattutto quando riescono a restituirci capolavori indimenticabili.
E il nostro pensiero non può non andare a La sorella di Gesucristo di Oscar De Summa, in scena a Roma lo scorso anno al Teatro Basilica, un episodio di delicato equilibrio, perfettamente bilanciato in tutti i suoi aspetti dall’artista pugliese.
Un monologo che vede sul palco un solo uomo, ma mille personaggi, mille voci, ognuna con la sua cadenza, il suo accento particolare, accompagnate unicamente da una loop station e da immagini in sovrimpressione, incastrate divinamente tra loro.
Se ci concedete, uno dei nostri spettacoli preferiti ed esempio di come questa “solitudine” possa costituire per alcuni un grande punto di forza.
Insomma, essere artisti non è certamente una vita di certezze e stabilità sotto nessun punto di vista. Destinati ad essere in qualche modo eterni “uomini soli”.
Il motivo? Ce lo dicono I Pooh,
“a volte un uomo è da solo perché è diverso, o perché in un mondo falso è un uomo vero”.
E forse, il bello è proprio questo.
Scritto da: Giuseppe Graziani
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