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play_arrowJust Music Flusso d'incoscienza

Un pubblico eterogeneo, anziano, giovane, addetto al lavoro teatrale, si appresta a prender posto in platea sotto gli occhi di Marta Ciappina che, sul palco, legge e scrive il suo diario, contorcendosi, cambiando posizione nello spazio, la rappresentazione è già iniziata, senza uditorio, solo in un secondo momento si accende un monolite schermo con su scritto un accostamento testuale, molto coraggioso, tra Ernaux e Pezzali, poi si avvia C’est la vie di Achille Lauro, scelta altrettanto audace. Ma i titoli di testa proiettati sono una trovata alquanto particolare ed originale, positiva.
La Ciappina è l’unica protagonista dello spettacolo “Gli anni” scritto e diretto da Marco D’Agostin, andato in scena lo scorso giovedì 27 marzo all’Angelo Mai.
Un grande spazio palco, un’unica danzattrice, la sua biografia fatta autore della rappresentazione, la sua biografia fatta materia collettiva di tutti, i ricordi frammentati della sua infanzia per riscoprire l’esser bambini ed accettare la convivenza col ricordo, con l’oblio.
Un divenire frammentato di immagini e musiche a materializzare lo scordante passare degli anni di un’esistenza che si fa sempre più adulta ma danzata, innocentemente, da una bambina. Se la scenografia è giustamente essenziale, poca (ahimè) è stata l’attenzione dedicata alle luci e fin troppo lieve interazione col pubblico, ben gestita dalla performer.
Il cominciamento teatrale a sipario aperto è molto diffuso, quasi abitudine, nelle rappresentazioni più recenti, ma in questo caso l’ho trovato interessante.
Infatti, lo spettacolo è un’indagine memoriale.
La memoria, che affiora sporadicamente senza consapevolezza alcuna con fare imprevedibile, non la si può incastonare tra un inizio ed una fine bensì fa parte di un continuum, un flusso tra la razionalità e l’oblio, oblio che caratterizza e colora quel freddo passare cronologico del nostro vivere. Pertanto, è sempre presente, come la Ciappina, già lì sul palco ad aspettare che il pubblico abbandoni il suo razionale quotidiano e la sua scientifica scelta della poltroncina.

Dopodiché la performer rientrerà sul palco con uno zaino sulle spalle, con un fare infantile, e conterà i suoi “limoni”, uno scioglilingua, una tecnica da laboratorio attoriale, un gioco d’infanzia, suscitando inizialmente il riso del pubblico, il quale se ne dimenticherà pian piano, sempre più coinvolto dalla coreografia corporale, ma il testo rimarrà per tutta la rappresentazione il suddetto esercizio linguistico, salvo qualche sporadico dialogo interattivo col pubblico e qualche frase ironica o distaccatamente surreale, interessante. A rafforzare, quindi, la bellezza del gesto, l’espressione facciale, i movimenti sublimi ed allo stesso tempo goffi, perché troppo veri, troppo ridicoli, sono i vezzi infantili di una bambina, ma così sinceri, reali. Tratti che probabilmente avrebbero meritato maggiore spazio.
Un gioco di bambina quindi, un’infantilità, universale a tutti, che si ripropone durante gli anni, a spaccare la caducità fredda dell’azione adulta. Dallo zaino la danzattrice tirerà fuori e disporrà una serie di oggetti, li posizionerà nello spazio con accuratezza, li affiancherà a dei numeretti, li legherà attraverso i suoi movimenti, danzerà ad un livello assoluto, tra il virtuosismo tecnico ed il goffo, docile, leggera e marcatamente scordata, frammentata.
Frammentata è anche la nostra relazione coi ricordi che tutti noi osanniamo ma da irrimediabilmente adulti, quando è invece materia fanciullesca.
Il tatto, le immagini, i colori, le voci, il gusto, la musica.
La colonna sonora dello spettacolo, inframezzata da rimembranze di voci conversanti, è presa dagli anni Ottanta, la riproposizione di un bagaglio collettivo, conosciuto, a fortificare di elementi condivisi alcuni nuclei biografici appartenenti alla danzatrice. Ci si accosterà ad una dimensione più rara: la convivenza sincera col ricordo, con la dimensione infantile.
Uno schiaffo violento a chi non accetta il fluire del ricordo, a chi crede di perdere il suo esser presente, a chi non si sente piccolo, ai poveri ultimi arrivati, quali sono tutti, gli irrimediabilmente adulti, fascinosamente sociali, parvenu.
Di socialità, nello spettacolo, ce n’è ben poca. È una danza ad uno, vis à vis con la propria individualità.
Una rappresentazione molto valida, doppiamente premiata agli Ubu e molto prodotta, che sceglie, a distanza di un anno dalla prima romana, di ritornare nella capitale all’Angelo Mai, uno spazio storico, indipendente, fuori dall’imbellettato schema istituzionale.
Una decisione che merita, a mio parere, attenzione, sintomo di emergenza comunicativa, quale ha lo spettacolo.
“Gli anni” di D’Agostin, una messa in scena audace, essenziale, di livello, che avvicina il mondo difficile del teatro-danza al pubblico ancora profano della materia.
CREDITI:
con Marta Ciappina | suono e grafica Luca Scapellato | luci Paolo Tizianel | conversazioni Lisa Ferlazzo Natoli, Paolo Ruffini, Claudio Cirri | video editing Alice Brazzit | costruzione elementi scenici Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa | promozione, cura Damien Modolo | organizzazione Eleonora Cavallo | amministrazione Federica Giuliano, Irene Maiolin | produzione VAN | coproduzione Centro Nazionale di Produzione della Danza Virgilio Sieni e Fondazione CR Firenze; Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa; Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale; Festival Aperto – Fondazione I Teatri; Tanzhaus nrw, Düsseldorf; Snaporazverein | sostegni | L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale ::: Centro di Residenza Emilia-Romagna; CSC/OperaEstate Festival Veneto | con il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di Colonia/MiC-Direzione Generale Spettacolo e Tanzhaus nrw, Düsseldorf, nell’ambito di NID international residencies programme
Scritto da: Archita Giuseppe Russo
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