Editoriale

Femminismo vs Femminismo

todayMarzo 3, 2025 154 133 3

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Come femminista, sono rinata molte volte.

Sono diventata femminista a 12 anni, in una fredda aula di un istituto della periferia romana, quando ascoltavo i ragazzi della mia classe che chiamavano “troie” le ragazze che li rifiutavano e anche quelle che, invece, cedevano “con troppa facilità”. Mi sono riscoperta femminista a 15 anni, durante una sera d’estate, quando non rifiutai di baciare quel ragazzo un po’ più grande, nonostante in quel momento non mi andasse. D’altronde, ero io ad averci provato, non potevo cambiare idea, me l’ero cercata. Il femminismo mi ha ritrovato, nuovamente, tra i banchi di scuola, mentre sfogliavo il manuale di letteratura italiana. “Prof, perché non ci sono autrici?” Silenzio in aula. In mio soccorso, su una bancarella trovai una copia di “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf, la verità di cui avevo bisogno al prezzo modico di novanta centesimi. Ho tremato quando ho letto del suicidio di Tiziana Cantone, vittima di una sfrenata gogna mediatica dopo la diffusione di alcuni suoi video intimi. Mi riscopro femminista oggi, a 25 anni, quando mi domando se riuscirò a conciliare le mie ambizioni lavorative e il sogno di una famiglia, consapevole che questo dubbio sfiora a malapena i miei coetanei maschi.

Se siete giunti fino a qui nella lettura, avete tollerato e/o accettato l’uso frequente del termine “femminismo”. La parola “femminismo” è, come tutti quei vocaboli sovversivi che nutrono le rivoluzioni, profondamente dura, aspra, aggressiva, poiché veicola, nella sua conformazione linguistica, la specificità del problema di genere. Molti si domandano: ”Perché usare la parola femminismo? Perché non si parla di diritti per tutti?” Se sostituissimo il termine (molti hanno proposto l’alternativa “egualitarismo”) la priveremmo del suo valore storico e sociale, e negheremmo l’importanza di un discorso legato all’appartenenza al genere femminile. Per secoli, le donne sono state escluse dalla vita pubblica, relegate al ruolo di mogli e madre. Il corpo delle donne è stato al centro di dibattiti, senza appartenere mai a quest’ultime. La similitudine linguistica induce alla convinzione che “femminismo” e “maschilismo” siano complementari. Niente di più falso. Il femminismo nacque dalla presa di coscienza di una condizione di subalternità del femminile rispetto al maschile, e non da un’improvvisa auto-affermazione di superiorità. Oggi, il termine “maschilismo” ingloba non solo una serie di atti volti a ritenere la donna in condizione d’inferiorità, ma sottoscrive un intero corpus di comportamenti: “l’uomo vero” non piange, non si emoziona, non chiede aiuto, deve essere forte ed avere successo sul lavoro, non può essere rifiutato. Ragioniamo sulla linguistica: l’uomo si sente chiedere “Te la sei fatta?” e quest’espressione sottintende il pieno possesso e controllo della sfera sessuale, come se il maschio fosse l’unico e solo protagonista.

”Ma le donne, oggi, hanno ottenuto la parità! Cosa si può volere di più!”  Possiamo davvero parlare di parità? E’ vero che, a livello legislativo, le donne hanno ottenuto molti più diritti, ma vi sono molteplici questioni aperte: il divario salariale, la presenza degli obiettori di coscienza, il numero di femminicidi perennemente in aumento. Dati evidenti che dimostrano che, nel 2025, abbiamo ancora bisogno di parlare di femminismo. Il femminismo vuole fondare un discorso critico sulle strozzature del genere sul piano economico, politico e sociale. Il femminismo mira ad un costante processo di decostruzione, attraverso un’indagine delle aspettative legate al genere e di tutti quei comportamenti che, volenti o nolenti, mettiamo in atto, perseguendo una cultura patriarcale. Quanto del mio modo di vivere la mia mascolinità o femminilità è influenzato da fattori naturali? Quanto dalle credenze di genere che, sin dall’infanzia, ho imparato ad assimilare? La cultura patriarcale è nociva perché opprime sia donne sia uomini.

Oggi, il dibattito femminista si è spostato principalmente sui social. Se da un lato, i social hanno permesso di raggiungere numerose persone, il femminismo combattuto a “suon di click” ha molti lati negativi. Non abbiamo bisogno della vignetta motivazionale, dello slogan pubblicitario, dell’ennesima azienda che mi vende un gadget con la scritta “feminist”. Questi meccanismi rischiano di creare un femminismo esclusivamente di facciata, che rischia di inglobarsi in un quello stesso meccanismo capitalista che si voleva distruggere, banalizzando un discorso critico che è l’essenza del femminismo.

Nonostante questo, credo che parlare di femminismo oggi sia necessario. Non è possibile esistere come soggetti individuali e non politici: le nostre esperienze personali non possono essere slegate dai meccanismi sociali in cui siamo immersi. Riconoscere che l’appartenenza ad un genere implica la costituzione di una retorica che si imprime e plasma la mia persona, è simbolo di consapevolezza. Ecco cosa è davvero il femminismo: interrogarsi sempre sulle strutture che abbiamo interiorizzato, è una rinascita che avviene molte volte. E’ un discorso necessario affinché si possa vivere la propria sessualità interamente senza giudizio, si possa dire “no” senza paura, riscoprire le donne escluse dalla storia, non dover più scegliere tra carriera e famiglia.

Arianna Gnasso

 

CONTRO il femminismo di superfice: appunti di una donna anarchica

C’è una strana ipocrisia che aleggia tra le battaglie del femminismo contemporaneo, una patina di autodifesa che profuma di smalto semipermanente e filler alle labbra. Si grida all’emancipazione con il rossetto perfetto e la posa studiata, senza accorgersi di danzare nella stessa gabbia dorata da cui si vorrebbe fuggire. Il patriarcato di oggi non impone più sbarre, ma offre specchi. Specchi dove le donne si riflettono, si aggiustano, si giudicano. Sono proprio le donne a tendere quei fili invisibili, a ricamarci sopra l’immagine di sé che l’uomo si aspetta. Perché quasi nessuna sa più esistere senza lo sguardo maschile a farle da cornice.

Ho più da spartire con gli uomini che con molte donne. Non perché mi senta meno donna, ma perché nella mia vita ho imparato che l’autenticità non ha genere, mentre l’apparenza sì. Quando mi sono rasata la testa per puro atto di anarchia, il giudizio è arrivato immediato. Non dagli uomini, che al massimo si sono limitati a una battuta ed anzi hanno subito capito che c’è poco da preoccuparsi per qualche capello in meno. Sono state le donne a guardarmi con occhi pieni di incomprensione, come se avessi tradito una legge non scritta: quella che ci vuole sempre belle, sempre curate, sempre desiderabili.

“Perché lo hai fatto?!” Mi è stato chiesto innumerevoli volte.

La verità è che non c’era una ragione, se non la nausea di sentirmi una bambolina confezionata, impacchettata e venduta con il fiocco rosa del conformismo. Fin da bambine ci accecano con questo sbrilluccichio, ci addestrano a voler piacere, a vivere attraverso lo sguardo di chi ci desidera. E no, non sono gli uomini a imporcelo: siamo noi stesse a perpetuarlo, a costruire fortune con selfie in bikini e hashtag femministi che brillano come specchietti per le allodole. Gridiamo alla libertà mentre restiamo prigioniere della nostra immagine, complici volontarie del sistema che fingiamo di combattere ed in realtà fa la “nostra” fortuna.

Poco si ricorda dell’atto audace di Mary Richardson che, il 10 marzo 1914, sferrò colpi di mannaia contro la Venere Rokeby di Velázquez alla National Gallery di Londra. Un gesto di violenza simbolica contro quell’ideale femminile plasmato dallo sguardo maschile che da secoli ingabbia le donne in una bellezza muta e passiva. Richardson non distrusse il quadro, ma ne squarciò l’immagine: un atto di ribellione contro il potere dell’estetica imposta.

Oggi quel gesto sarebbe considerato folle, persino tra molte di quelle che si definiscono femministe, e probabilmente non sarebbe neppure pienamente compreso. Perché ormai le donne sono le carceriere di sé stesse: devote sacerdotesse di un’estetica venerata come una religione, dove il rito della beauty routine è officiato con la stessa dedizione con cui un tempo si pregava davanti a un altare. Quindi ecco le nuove femministe: inneggiano alla libertà con chili di eyeliner waterproof e contouring perfetto, inchiodate al giudizio di uno sguardo invisibile, sempre presente.

La rivoluzione del mascara waterproof, quella che resiste a lacrime di coccodrillo e non sbava neanche sotto la pioggia, è solo l’ennesima trappola. Una rivolta estetica che si piega al mercato, che non toglie le catene ma le colora di rosa. Chi rimarrebbe a marciare, se la lotta non garantisse più visibilità e consenso? Se non ci fossero followers a contare i punti di questa ribellione prêt-à-porter? Chi sarebbero molte di queste paladine della lotta se togliessimo il filtro di Instagram dalle loro vite?

Essere donna non è una performance, né un manifesto da indossare come un vestito nuovo. È una condizione accidentale, quasi marginale, che dovrebbe arrivare dopo l’essere innanzitutto persone. Uomini, donne, chiamaci come vuoi: siamo persone prima di ogni etichetta. Ma questa idea sembra troppo scomoda per il femminismo di superficie, quello che sfila agghindato lanciando glitter agli sventurati passanti, con la sicurezza di chi sa di essere nel giusto solo perché ha scelto il lato patinato della ribellione. Il femminismo impacchettato nei caroselli di TikTok e nelle didascalie con l’hashtag giusto, non è che una nuova declinazione del patriarcato: una che ci vuole libere, sì, ma solo se restiamo belle, luminose, pronte per la vetrina.

La vera battaglia è smettere di giocare secondo le regole di un sistema che ci vuole divisi e contrapposti. La parità di genere non si conquista con la rincorsa a privilegi, cercando di riavere indietro con gli interessi i diritti che per molto ci sono stati negati ma che ad oggi abbiamo a tutti gli effetti conquistato come nostri. La parità si raggiunge quando ci si riconosce vulnerabili, quando si accetta di essere imperfetti, quando si smette di nascondere le crepe che segnano la nostra umanità.

Così; io mi sento donna quando mi riconosco prima di tutto come una crepa nell’ordine imposto, una fessura da cui può filtrare qualcosa di diverso. Quando mi sporgo oltre il recinto della mia identità biologica per tendere la mano a chi ha imparato a nascondere le proprie ferite dietro la maschera di una virilità tossica. Gli uomini piangono in silenzio, si spezzano nel buio, mentre il patriarcato li vuole soldati, macchine da reddito, statue di granito. Perché siamo tutti vittime dello stesso crudele sistema.

La parità non è una scalata al potere, è lo smantellamento del potere stesso, è lo spazio dove possiamo essere fragili senza paura di perdere qualcosa. Non ci salverà nessuna guerra tra i sessi, nessuna quota rosa, nessuna sfilata. Ci salverà la complicità di chi sa spogliarsi di ogni ruolo, di chi si guarda allo specchio senza paura di vedersi vulnerabile. Io sono un ponte tra me, lui, chiunque altro. Una crepa nella facciata lucida del sistema. Una vita sghemba, indocile, finalmente libera di non recitare più nessuna parte. E se questo significa restare sola, tanto meglio. La libertà non è mai stata una questione di numeri.

Martina Capezzuto

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Scritto da: Arianna Gnasso

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