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Cancel culture: ne abbiamo davvero bisogno?

todayFebbraio 25, 2025 35 82 2

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Possono dei tweet rovinare un’intera esistenza? Assolutamente sì.

La vicenda di Karla Sofia Gascòn sembra confermarlo: da prima attrice transgender dichiarata ad essere candidata per un Oscar e paladina della comunità trans, si è ritrovata al centro di un processo mediatico a causa di alcuni tweet islamofobi e razzisti risalenti a qualche anno fa. E dire che Emilia Pérez, il film di Jacques Audiard in cui è protagonista, sembrava destinato ad una lunga ascesa nel panorama cinematografico: con ben tredici nomination agli Oscar era risultato il film non in lingua inglese con il più alto numero di candidature di sempre, tra cui spiccava proprio quella di Gascòn. Nonostante il popolo dell’Internet avesse criticato la rappresentazione superficiale della comunità messicana, Emilia Perèz sembrava essere il nuovo manifesto dell’America progressista e anti-Trump, e l’espressione di un’Academy sempre più attenta alla valorizzazione delle comunità marginalizzate.

Tuttavia, il sogno di rivalsa contro il conservatorismo si è dissipato molto presto: la giornalista Sarah Hagi ha riportato alla luce vecchi tweet in cui Gascón attaccava la comunità islamica («un focolaio di infezione per l’umanità»), definiva George Floyd “un drogato” e criticava la cerimonia degli Oscar del 2021 per la sua eccessiva attenzione verso le minoranze etniche (“non sapevo se stessi guardando un festival afro-coreano o una manifestazione di Black Lives Matter”). La rivolta è stata immediata: la comunità dell’Internet ha sfoderato le unghie, i suoi colleghi hanno preso le distanze, e i vertici di Netflix, streamer produttore della pellicola, hanno eliminato l’attrice dalle attività promozionali del film.

Non è la prima volta che dagli Stati Uniti d’America giunge la notizia di celebrità al centro di polemiche, tra contratti recisi e un vero e proprio ostracismo da parte della comunità. La cancel culture –di cui Gascòn ha sostenuto di essere vittima- divide le opinioni: chi sostiene che sia giusto che le persone, soprattutto le personalità pubbliche, si assumano le responsabilità delle proprie azioni e chi, invece, la considera una forma di dittatura culturale.

La cancel culture è sempre esistita, e la Storia ce lo dimostra. Qualche esempio? Il caso di Cremuzio Cordo, storico latino che scrisse un’opera storiografica dalla “parte sbagliata” esaltando le figure di Bruto e Cassio e ridimensionando Cesare (sapendo di non poter evitare una condanna, dopo un lungo processo si lasciò morire di fame). Oppure la celebre vicenda di Galileo, costretto a ritrattare le proprie idee scientifiche, o ancora l’Indice di Libri proibiti dalla Chiesa. Insomma, la Storia che conosciamo è piena di processi mediatici ed ideologici, e il mantra ”Se non sono d’accordo con te, ti cancello” sembra essere intessuto in ogni secolo. In passato si trattava di processi ad opera del potere costituente verso gruppi o singole personalità ritenuti sovversivi o disallineati ideologicamente.

Oggi, invece, la polemica parte principalmente dalla comunità, risultando una conseguenza dell’avvento di Internet e del nostro status di “animali digitalizzati”. I social hanno creato una community estesa su scala globale, caratterizzata da una pluralità di codici linguistici differenti, e il sistema gerarchico di trasmissione della cultura è stato ridotto in frantumi. In questo nuovo scenario, i  gruppi marginalizzati e le minoranze etniche hanno finalmente trovato una voce, attuando un rovesciamento e una rielaborazione del pensiero storico occidentale che, per secoli, è stato l’unico detentore dell’immaginario culturale. In merito a ciò, il giornalista Raffaele Alberto Ventura scrive  su Wired: “il politicamente corretto non solo esiste, ma è inevitabile.” 

Dietro il meccanismo della cancel culture, vi è un obbiettivo positivo: richiamare gli individui ad assumersi la responsabilità delle proprie parole o delle proprie azioni, ponendo al centro la sensibilità di minoranze che, per secoli, hanno subito in silenzio delle discriminazioni.

Molti sostengono: “Ormai non si può più dire niente!” È vero? Ni. Non si può ignorare che, negli ultimi decenni, la sensibilità su tematiche come il razzismo e il sessismo sia profondamente cambiata, e non si può evitare di prenderne atto. Dall’altra parte, l’eliminazione diretta e implacabile dell’individuo ‘scomodo’ annulla qualsiasi possibilità di confronto: silenziare chi solleva determinate questioni non significa che queste smettano di esistere. La cancel culture, con il suo approccio, rischia di eliminare la dialettica di opinioni e di operare una forma di censura selettiva. I meccanismi della cancel culture non rappresentano un criterio univoco: molti “accusati” del mondo di Hollywood sono stati successivamente riabilitati. Tra i nomi figurano il comico Louis C.K (accusato di molestia sessuale nel 2017, oggi continua ad esibirsi dal vivo ed ha addirittura vinto un Grammy), Mel Gibson (dopo commenti antisemiti e accuse di violenza domestica, ha diretto “La battaglia di Hacksaw Ridge” nel 2016, che ha guadagnato numerosi premi), James Gunn (cacciato dalla Disney per alcuni tweet controversi, è stato poi riassunto per dirigere l’ultimo capitolo de I Guardiani della Galassia) e molti altri.

Il rischio è che la cancel culture generi semplicemente delle polemiche destinate ad incidere pesantemente sulla vita del “colpevole”, ma senza sovvertire in modo determinante le attuali forme di discriminazione e senza riuscire ad  operare un cambiamento significativo per evitare che si verifichino nuovamente.

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Scritto da: Arianna Gnasso

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