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‘’Se vogliamo dominare l’oscurità, dobbiamo prima accettare che questa esista.’’
Robert Eggers è recentemente tornato a inquietarci con il remake del celebre Nosferatu. Con questo film il giovane regista si afferma definitivamente nel circuito mainstream, dopo essersi fatto conoscere dal pubblico di nicchia grazie alle sue pellicole precedenti The Witch, The Lighthouse e The Northman.
Nella sua ultima opera si riconoscono i tratti inconfondibili della sua regia: fin dai primi minuti veniamo assaliti da un senso di forte inquietudine che perdura durante tutto il film. L’atmosfera cupa e angosciante è alla base del suo stile registico che punta a trasmettere una tensione costante allo spettatore, usando raramente colpi di scena spaventosi.
L’attenzione ai dettagli e la fedeltà con cui il contesto culturale del periodo storico in cui è ambientato il film viene rappresentato, arricchiscono la pellicola e attribuiscono un forte senso di autenticità.
In Nosferatu, Eggers ha affinato al meglio le sue tecniche visive componendo ogni inquadratura come se fosse un quadro, in questo ovviamente l’eccellente scenografia ha giocato un ruolo fondamentale.
Anche il cast, in cui spiccano Willem Dafoe, Lily Rose-Depp e Nicholas Hoult, ha offerto un’ottima interpretazione dei personaggi tormentati e alle prese con un estenuante conflitto interiore derivante dal confronto con le proprie paure e convinzioni.
Nosferatu è stato indubbiamente un film di successo, se consideriamo i dati economici: a fronte di un budget di 50 milioni ne sono stati incassati 156. A questo traguardo si aggiungono le candidature per la migliore fotografia, scenografia, trucco, acconciatura e costumi agli Oscar 2025.
A livello tecnico e visivo Nosferatu di Eggers è una gioia per gli occhi. Tuttavia dal punto di vista della sceneggiatura potrebbe risultare un po’ carente, lascio la parola ad Arianna Gnasso che ci spiegherà quali sono le debolezze del film.
Qualunque regista decida di realizzare un remake, si scontra sempre con un dubbio paradossale: come omaggiare l’opera originale e, al tempo stesso, proporre delle innovazioni più vicine alla modernità?
La sfida del Nosferatu di Robert Eggers risiedeva nella difficoltà insita nel realizzare il remake di un’opera fondamentale nella storia del cinema. Nonostante fosse molto atteso nelle sale, il film si trovava schiacciato tra il capolavoro espressionista di F.W.Murnau e il rifacimento di Wener Herzog del 1979, entrambi di notevole successo. Inoltre, la storia di Nosferatu non è altro che una variazione della celebre vicenda di Dracula di Bram Stoker, un racconto ben radicato nell’immaginario collettivo.
Di fronte a questo dilemma, Eggers ha scelto di privilegiare l’omaggio alle opere precedenti, dando vita a un Nosferatu visivamente raffinato, ma privo della capacità di coinvolgere davvero lo spettatore contemporaneo.
Eppure, c’è da dire, che il soggetto originale offriva notevoli spunti interessanti: il significato del Male nella società, i limiti della razionalità e della scienza, la rielaborazione dell’immagine iconica e affascinante del vampiro, la sessualità femminile, e soprattutto l’eterna dicotomia di Eros e Thanatos.
Tuttavia queste tematiche rimangono a malapena accennate e poco sviluppate e nemmeno la straordinaria performance degli attori riesce a salvare una sceneggiatura che appare artificiosa e distaccata.
Un tema che avrebbe potuto conferire maggiore spessore alla vicenda è il rapporto ambiguo tra vittima e carnefice, rappresentato dalla relazione tra il temibile conte Orlok ed Ellen. La loro relazione è carica di ambiguità, un’eterna lotta per mantenere il potere e il controllo. Per Orlok, Ellen rappresenta la vittima perfetta e sarà propria la sua fame e il desiderio di nutrirsi di lei a decretare la sua fine; per Ellen, invece –che dopo il matrimonio con Thomas, sembra essersi trasformata nella moglie perfetta- la presenza del conte diventa il catalizzatore della propria natura oscura e disinibita. La presenza di Orlok non solo la minaccia, ma al tempo stesso svela le sue pulsioni più scabrose e innominabili, divenendo la personificazione di un istinto represso e poco conforme alle norme sociali.
Tuttavia, questa lotta all’ultimo sangue viene resa sullo schermo in modo molto superficiale. L’incontro tra i due -il momento più atteso del film- si tramuta in una scena poco incisiva e priva di colore, lasciando lo spettatore amareggiato e poco soddisfatto.
Un vero peccato: le tematiche c’erano, sarebbe bastato un pizzico di audacia in più per conferire nuova linfa ad un’opera che si presta ad infinite interpretazioni. Ma Eggers sceglie la strada più facile, preferendo la forma alla sostanza, il conosciuto all’inaspettato, l’esaltazione del passato a discapito di una visione più moderna.

Studentessa al primo anno di magistrale in ''Relazioni internazionali e sicurezza globale'' presso La Sapienza. Appassionata di spettacolo, letteratura, politica e attualità.
Scritto da: Lavinia Sabelli
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