Teatro

ACHTERLAND (1993) – adattare la danza alla pellicola della Storia

todayGennaio 24, 2025 39 8

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 Achterland è una coreografia per 8 danzatori di Anne Therese De Keersmaeker. Dopo il debutto al Théâtre Royal de la Monnaie di Bruxelles del 1990, la coreografa decide di approdare alla regia, adattando il prodotto scenico alle esigenze della macchina da presa. In collaborazione con Herman Van Eyken, noto regista e sceneggiatore belga, la De Keersmaeker registra il lungometraggio nello spazio dello studio di prova della sua compagnia, Rosas, nell’estate del 1993.

Dalla fine degli anni ’80, Anne Therese De Keersmaeker vive un denso periodo di transizione artistica, a partire da uno degli elementi peculiari delle sue coreografie, quello femminile. Rosas, la compagnia fondata nel 1983, era stata fino ad allora esclusivo appannaggio di danzatrici capaci di sostenere le sue coreografie, rigide prove fisiche che Anne Therese costruiva sul proprio corpo. Rosas è stata per alcuni anni manifesto di una fertile sorellanza artistica. Ma con Achterland qualcosa cambia. La coreografa belga si mostra sensibile alle sollecitazioni provenienti dalla società contemporanea. L’emancipazione femminile, tanto agognata nelle generazioni precedenti, non è più un miraggio. Achterland è lo studio coreografico che intende restituire la complessità della nuova condizione femminile. La donna postmoderna non si realizza più nel legame con l’altro sesso, ma attraverso il proprio lavoro, vivendo sulla sua pelle la frenetica sterilità delle metropoli. Ma a quale prezzo? Quale valore assume la sensualità femminile nella società contemporanea? Dove si realizza? E con chi? Qual è il rapporto con il genere maschile? Quest’ultima domanda ha probabilmente ha ispirato il cambiamento più significativo nell’opera della coreografa, aprendo per la prima volta il suo lavoro agli uomini, sebbene quello della De Keersmaeker rimanga un universo al femminile.  Attraverso l’inserimento di una controparte maschile, rappresentata dai tre danzatori in scena (Nordine Benchorf, Bruce Campbell e Vincent Dunoyer) Anne Therese De Keersmaker enfatizza una solitudine al femminile, nei termini di una costante mancanza di contatto, che si consuma in un doppio dualismo: uomo-donna e donna- terra.

Dall’olandese “entroterra”, il titolo di questa performance promette un contatto con il territorio. Ma, a partire dall’allestimento, a cura di Herman Sorgeloos, si intuisce la tragica ironia di questa promessa. Sul palco si dispongono con rigore geometrico alcune sedie e cinque panche di legno, con un assetto diverso di scena in scena. Sul proscenio un leggio, sul fondale un pianoforte. L’assetto scenografico evoca una asetticità urbana, un non-luogo metropolitano sterile e incombente, innaturale e privo di grazia. In questa “terra desolata”, priva di anima e identità, cinque danzatrici in decolleté seguono il ritmo frenetico della produttività e del lavoro. Non c’è spazio per le connessioni, non ci sono passi a due, perché ogni tentativo di avvicinamento è stroncato sul nascere, disilludendo qualsiasi speranza dello spettatore. Ogni perfomer ha la sua sedia, o la sua pedana lignea o ancora la sua cella luminosa, sulla quale esibirsi nel dispositivo coreografico della solitudine. Anne Therese de Keersmaeker propone uno studio coreografico dove la geometria incontra la metafora. L’intera coreografia si basa su uno schema a spirale, declinato sia nella sequenza performata singolarmente dai danzatori, sia nei movimenti d’insieme, che spesso assumono la forma di una corsa. La spirale è una figura che promette il raggiungimento di una fine, pur essendone priva per natura. Gli uomini e le donne di oggi sono sopraffatti dall’inseguimento di un obiettivo irraggiungibile, sembra suggerire la coreografa.

La donna, in particolare, è costretta a rinunciare al legame con la terra e con la sua femminilità. E allora non c’è spazio per la personalità, non c’è il tempo di creare legami, né di esprimere sé stessi. Movimenti piccoli, isterici esprimono una nevrosi sociale, scandita da otto studi per pianoforte di Ligeti e da tre sonate per violino solo di Ysaÿe, eseguiti in scena da Irvine Arditti e Rolf Hind. La musica detta il ritmo della coreografia, la quale si consuma nella morsa di velocissime biscrome. Una musica coreografata per una danza musicale: il legame che unisce danza e musica, entrambi veicoli per le emozioni, è sempre padroneggiato con maestria nelle produzioni di De Keersmaeker. La sua danza gioca con i corpi, ne sfida la resistenza e ne esalta l’energia, mentre l’elasticità del corpo e la relazione con la “terra” vengono misurate da infinite dinamiche di cadute. Nel grigiore del mondo di oggi, dove la femminilità è relegata alle gambe scoperte della gonna, la De Keersmaeker sceglie di eliminare i colori anche dal suo adattamento, approfittando delle possibilità del mezzo cinematografico, e affida la sua coreografia a un epigrammatico bianco e nero. Piccoli movimenti di camera si soffermano sui volti inespressivi dei danzatori, particelle impazzite che si rincorrono senza mai raggiungersi nell’infinita spirale della Storia.

Autore

  • Non chiamatela “critic*” che si offende. Redattrice per testate di settore come Sipario e GufettoMag, conduce i programmi Blend e Rotopalco su UnderPark Radio, unendo una critica vintage e anacronistica e radiofonia.

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Scritto da: Serena Spanò

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