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La società della merda

todayGennaio 11, 2025 39 12

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“La merda” è uno spettacolo, scritto da Cristian Ceresoli e interpretato da Silvia Gallerano, che ha quasi quindici anni di repliche all’attivo. Ha girato il mondo e vinto innumerevoli premi. Ancora oggi le sue date continuano a fare sold out e a portare gente nelle sale, in particolar modo da contesti esterni al teatro, prova tangibile dell’essenza del teatro come una costante prima volta.

Come ha fatto questo spettacolo a non esaurire la propria forza?

Lo spettacolo vede la luce nel 2010, quando Cristian Ceresoli e Silvia Gallerano decidono di lavorare insieme. Entrambi convinti che il percorso artistico e quello politico siano consustanziali, hanno la volontà di fare qualcosa di importante. I giovani artisti, tuttavia, incontreranno non poca resistenza e il “circuito ufficiale” sembrerà rifiutarli.

I due decideranno, dunque, di fare teatro al di fuori del teatro. Locali, librerie, tutto era accettabile per far conoscere un progetto in cui credevano. I primi ad aprirgli le porte sono stati: il Teatro i, i Teatri di vetro e il Teatro Valle occupato, di cui Silvia e Cristian sono stati grandi protagonisti e attivisti.

Le fortune dello spettacolo arrivano quando decidono di tradurlo e portarlo al Fringe Festival di Edimburgo nel 2012. Scelta non priva di difficoltà, sia dal punto di vista tecnico-linguistico sia economico, ma che risulterà poi cruciale. Vincitore di numerosi premi, tra cui il Fringe First Award for writing excellence per il drammaturgo, The Stage Award 2012 for acting excellence per l’interprete (questi premi per la prima volta assegnati a degli artisti italiani).

Solo da allora lo spettacolo ha iniziato a riempire le sale di tutto il mondo, trovando un’accoglienza incredibile e vincendo altri premi. Ancora oggi come fosse un concerto rock, è un evento imperdibile nel panorama internazionale.

“La merda” è una tragedia in tre tempi: Le cosce, Il cazzo, La fama; e un controtempo: L’Italia.

Si tratta di un monologo/flusso di coscienza con una poetica estremamente perturbante.  I suoi tempi sono incalzanti e impetuosi e quasi si rischia di annegare nella “merda”. Ceresoli ha portato avanti un raffinato lavorio musicale su questa vera e propria partitura testuale, su cui la Gallerano ha impostato un lavoro sulla voce altrettanto meticoloso.

E proprio la voce è il motore da cui si sviluppa il personaggio e il suo movimento, che diviene, nel corso dei tre atti, maschera di altri personaggi e di sé stessa. La voce viene modulata con estrema abilità e rapidità per diventare di volta in volta altro da sé. Dai toni miti di una ragazza fragile che rappresenta la protagonista della pièce, alla fine di ogni atto, in un disperato crescendo, giungono al culmine le grida disumane di una donna/bestia incattivita da ciò che il sistema la costringe a vivere. L’opera stessa può essere vista come un urlo al sistema maschilista e capitalista e alla società dei consumi. Lo stesso sistema che ogni giorno opprime tutti, ma che allo stesso tempo da tutti è alimentato.

Sono tanti gli elementi e i temi che questo testo così complesso offre e sui quali si può impostare una riflessione profonda:

  • il rapporto con il padre, e il momento in cui questo si toglie la vita quando la protagonista ha 13 anni;
  • l’onnipresente/assente patria;
  • il rapporto con il corpo e con la femminilità;
  • la relazione con una società maschilista, dove l’apparenza mette in ombra qualsiasi altro aspetto della vita di un essere umano;
  • la violenza che sembra indispensabile;
  • il senso di inadeguatezza, di non essere mai abbastanza e la paura di non farcela.

Tutto questo è incarnato in una sola donna. Nuda. Seduta su un trespolo, che si mostra per quello che è in tutte le sue contraddizioni di essere umano.

Figlia della tv commerciale di Berlusconi e vittima del sistema maschilista, racconta il suo spasmodico desiderio di successo.  La ragazza ha imparato molto presto “a fare quello che serve in certe occasioni, che se una cosa ti fa schifo, tu ti puoi abituare”. Ha imparato a mandare giù tutta la merda per essere “così come vogliono loro”.  La protagonista non è solo vittima del sistema, ma ne diviene anche artefice. Un lavoro davvero ricco e complesso, dove sono mostrate sfumature e prospettive differenti sugli stessi fenomeni. Ed è proprio in questa ricchezza e nella sua estrema complessità che risiede la vera forza di quest’opera, riuscendo a creare un microcosmo convincente, che viene alimentato dalle esperienze degli autori e dal loro sentire. La genesi di questo lavoro non è nella razionalità, ma piuttosto nelle viscere. Lo stato in cui i due artisti si trovavano. Frustrazione, fatica, rabbia e la voglia di esprimere tutto questo.

Cosa certa è che non è sufficiente una donna nuda per riempire le sale.

Ma allora da dove è derivato tutto questo successo?

Evidentemente la forza di questo spettacolo risiede altrove.

Il nucleo è la violenza dell’umiliazione in qualunque condizione.

La protagonista è fragile, sempre sull’orlo di piangere. Ma allo stesso tempo è narcisista, egoista, individualista. Per emergere lei è aggressiva contro tutti. Questa ferocia verso l’autoaffermazione nasce proprio da un forte senso di umiliazione e genera un inoppugnabile desiderio di apparire e di emergere.

Secondo quanto raccontato dalla performer in un’intervista con Laura Mariani (2016), il senso di inadeguatezza vissuto da lei e Cristian è qualcosa di generazionale. Definita come la “generazione invisibile”, poiché privi di un’identità sociale definita, i nati tra il 1965 e il 1979 (generazione X) sono coloro che sono cresciuti all’ombra dei baby boomers. Essi compongono la generazione che ha visto il passaggio dall’analogico al digitale, dai contratti stabili a quelli precari. È la prima generazione che sente su di sé il peso di tali cambiamenti e vive quotidianamente il senso di inadeguatezza e di umiliazione di cui si parla nella pièce. Con il susseguirsi di nuove generazioni, tuttavia, questi sentimenti non sono svaniti ma piuttosto acuiti. E così i disagi che ne derivano.

Probabilmente si trova proprio qui la caratteristica che fa di questo spettacolo un unicum che acquista forza con il passare delle stagioni. Riesce ad accogliere in sé e ad esprimere i sentimenti e le sensazioni di intere generazioni. Di tutte le persone che riempiono le sale.

La ricezione di questa ricchezza potrebbe tuttavia essere messa a rischio da un appiattimento su un unico tema: la questione femminile; che è sì una parte importante di questo testo, ma non è la sola.

Innegabilmente nell’ultimo decennio, anche attraverso movimenti nati nel mondo dello spettacolo, il pubblico ha avuto una sensibilizzazione maggiore su quest’ultimo. Ed è di certo un bene. Ma non si dovrebbe cedere alla tentazione di trasformare un prodotto artistico nel manifesto di qualcosa che non è. Poiché un tale atto ridurrebbe l’impatto che potrebbe avere sugli spettatori e ne ucciderebbe l’essenza, che nel caso de “La merda” è mostrare nella totalità una pluridimensionalità, che viene racchiusa a fine spettacolo nel tricolore come se fosse un guscio.

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Scritto da: Gabriele Riccardi

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