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Il primo libro di Carlo Ginzburg che ho letto è stato Indagini su Piero. Nel libro viene proposta una datazione alternativa della Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca, rispetto alla storica datazione di Longhi.

Lo leggevo, ogni mattina, nel tragitto che percorrevo prima a piedi, poi in metro, poi in autobus, e di nuovo a piedi, fino all’aula. E non alzavo le pagine nemmeno camminando, nemmeno seduto al banco, ma solo quando, entrati professoressa o professore, il senso di dovere richiamava la mia attenzione alla lezione che iniziava.
Nelle pagine di Indagini su Piero non avevo trovato solo un saggio storico, un inseguimento ossessivo e incalzante dei movimenti di Piero della Francesca prima, durante e dopo la stesura della Flagellazione di Cristo. Si limitasse a questo, si potrebbe dire che il libro, di per sé, potrebbe essere annoverato tra scritti a carattere biografico – non è (solo) questo.
Ginzburg esplora i dintorni di Piero nei presunti anni della realizzazione dell’opera; dei rapporti umani, esplora i contorni, insegue le conoscenze, indaga persino gli evitamenti; scopre i nomi falsati dalla pessima grafia, dagli epiteti, dalle incomprensioni; persino sfocia oltre i confini protoitalici, in oriente, scomoda personaggi storici rimasti a dormire fra le pagine di altri libri. E, in questo, ricostruisce – scomponendo – un frammento di vita, di storia (con la esse minuscola, sì, ma anche maiuscola, e vedremo essere questo un punto fondamentale della sua poetica). I procedimenti logici (tutt’altro che) ovvi di Ginzburg si adattano perfettamente, senza forzature, al tessuto storico; ne restituiscono un’immagine ai limiti del familiare, ai limiti dell’atteso.
Ginzburg procede a domande e risposte; a tesi e prove, indizi, spie. E ne scaturisce una tensione narrativa, narratologica, irresistibile. Ed è questa la caratteristica che rende la lettura di un qualsiasi libro di Carlo Ginzburg: la parvenza di una trama, la forza trascinante di un intreccio. Sarà Ginzburg stesso, nei saggi contenuti in Il filo e le tracce, uscito inizialmente per Feltrinelli e poi recentemente ripubblicato da Quodlibet, a dichiarare di aver imparato tanto, del suo metodo, da Tolstoj. Questi sono gli assunti di base della disciplina multiforme e molteplice che, nella sua versione italiana, prende il nome di microstoria: snocciolare vite di individui apparentemente fuori contesto, irregolarità, e da questo ricostruire la normalità. Una poetica, la sua, dell’eccezione.
2. Cenni biografici, ovvero microstoria di uno storico
Né nei suoi libri, né alle conferenze, Ginzburg fa mistero della sua biografia: è nato a Torino, all’alba della guerra, il 15 aprile 1939, figlio di Leone e Natalia Ginzburg. Ha studiato all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha seguito le lezioni di Delio Cantimori, storico che cita di frequente. Cantimori era, tra l’altro, presente in commissione il giorno della discussione della tesi magistrale del giovane Ginzburg, e gli lascerà una piccola nota – che Ginzburg ha presentato in un recente seminario tenuto all’Università di Roma La Sapienza – in cui ne elogia l’intelligenza e la raffinatezza di pensiero.
Nei primi anni sessanta, Ginzburg stava svolgendo la sua ricerca di dottorato presso l’Archivio arcivescovile di Udine, dove sono tutt’oggi conservati i verbali di moltissimi processi inquisitori dei secoli XVI e XVII. Sempre allo stesso seminario tenuto alla Sapienza, Ginzburg ha raccontato del metodo che usava per scegliere i verbali: quella che lui ha chiamato roulette veneziana, ovvero la scelta casuale di tre numeri, corrispondenti poi al numero di catalogazione dei verbali che avrebbe esaminato durante la giornata. Un giorno, così, si è imbattuto in un processo diverso dagli altri: contadini nati “con la camicia”, ovvero avvolti dal sacco amniotico, si autodefinivano benandanti e dichiaravano di andare a combattere le streghe, armati di steli di finocchio, durante le quattro tempora, e che dalle sorti di questa battaglia dipendeva la bontà del raccolto. Una scoperta, ha raccontato Ginzburg, che lo costrinse a fermarsi per l’ora seguente, camminando e fumando con foga, per i corridoi dell’Archivio. Da questa fortuita, casuale – ma non troppo – scoperta, ha poi preso corpo I benandanti: stregoneria e culti agrari tra cinquecento e seicento.

Ginzburg ha poi insegnato, coprendo cattedre importanti: prima a Bologna, poi Harvard, Yale, Princeton e UCLA. Infine, chiudendo un cerchio, ha insegnato Storia delle culture europee dal 2006 al 2010, alla Scuola Normale Superiore.
3 .Storie
Cercare di tracciare una linea di congiunzione tra le ricerche di Ginzburg non è facile e si presta a una riposta multipla e diversificata.
In primo luogo, già detto, da sempre si è focalizzato sulle eccezioni, cardine su cui si impernia la microstoria: penso al suo Il formaggio e i vermi, libro ormai divenuto famosissimo, in cui ripercorre la vita di Menocchio. Questi era un mugnaio friulano, nato nel 1532, che sapeva leggere, scrivere e far di conto. Un’anomalia, un errore di percorso: e fra le sue letture Il fioretto della Bibbia, un proto-Corano, i Viaggi di sir John Mandeville, il Supplementum supplementi delle croniche di Jacopo Filippo Foresti. Menocchio, in seguito a queste letture, aveva formulato diverse versioni di una sua personale cosmogonia: sbattendo l’acqua di mare si sarebbe creata una spuma, poi coagulatisi come formaggio; da questa sarebbero nati vermi, poi trasformatisi in esseri umani. Menocchio è stato processato due volte, al contrario della consuetudine a cui è abituato il lettore comune: una prima, condannato al carcere a vita e poi liberato, e una seconda, condannato al rogo.
Altro caso particolare è Il giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri, dove lo storico sventra, analizza e confuta uno dei processi più efferati del nostro passato recente, dove Adriano Sofri è stato accusato – e dichiarato colpevole – di essere fra i mandanti dell’omicidio Calabresi. Ginzburg, per scrivere il libro, ha letto più di 5000 pagine di verbali e documentazione allegata, smontando con metodo storico ogni incongruenza. Da ciò, sono scaturite nella seconda parte del libro interessanti riflessioni sul ruolo dello storico.
Dall’esperienza de I benandanti scaturisce poi anche Il vecchio Thiess, libro recentissimo in cui sono contenute le discussioni e i vicendevoli attacchi fra Carlo Ginzburg e lo storico americano Bruce Lincoln a proposito dei cani di Dio della Livonia: una storia di culti agrari, ancora una volta, ma sul Baltico.
Ma un altro modo per tracciare delle connessioni fra gli scritti del professore passa sicuramente dall’analisi continua mutante della stregoneria e dello sciamanesimo; per sua stessa dichiarazione, ai tempi dell’università, aveva preso tre scelte: imparare il mestiere dello storico, studiare i processi inquisitori e la stregoneria, e studiarla nelle storie degli accusati, cercando di carpire atteggiamenti e credenze popolari dai verbali dell’Inquisizione. Dunque, inizialmente intesa come lotta di classe, poi collegata alla pietà popolare mutuata da De Martino, la stregoneria ha ossessionato Ginzburg in tutta la sua produzione: da i già citati I benandanti e Il formaggio e i vermi, fino ai capolavori più recenti de La lettera uccide e Storia notturna. Una decifrazione del sabba.
Ultimo fil rouge è rappresentato dalla costante riflessione sul metodo storico, stravolto in ogni suo principio: ne sono esempi le raccolte di saggi Miti emblemi spie. Morfologia e storia, Il filo e le tracce, Occhiacci di legno. Nove (nella nuova edizione Quodlibet, dieci) riflessioni sulla distanza, Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, e, in senso più lato, in libri come Nondimanco. Machiavelli, Pascal.
4. Conclusioni
Chiudevo il libro, ho detto nella prima sezione, solo all’inizio della lezione. Ma rimanevo con la mente a pensare a quanto polipesca fosse la presa di Ginzburg, quanto ampio il paesaggio che era capace di vedere. Non riuscivo a capacitarmene, né tantomeno a seguirlo in ogni suo riferimento. Usavo la pausa delle lezioni, in cui – lo ammetto – avrei dovuto prestare attenzione agli insegnamenti, proprio a questo scopo: riprendermi dalla lettura, ricostruire una mappa mentale, il tragitto non da seguire, ma già percorso, per capire a che punto dell’indagine mi trovassi.
Ma al termine della lezione, quando la professoressa o il professore ci abbonava gli ultimi dieci, quindici minuti, tornavo con foga a Longhi, agli errori, alla storia di Piero e della sua Flagellazione.
Scritto da: Fabrizio Pelli
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