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todayDicembre 6, 2024 27 6

Chiunque abbia passeggiato per il centro o le prime periferie di Roma negli ultimi due mesi, non ha potuto fare a meno di passare davanti a una delle numerose affissioni che hanno informato i passanti distratti di oggi che fino al 22 dicembre 2024 andrà in scena il trionfo della tradizione teatrale, un tripudio di magniloquenti nomi che pomposamente fanno capolino dopo il discusso disastro della direzione del Teatro di Roma.
Mette in scena con la prisca traduzione di Angelo Dallagiacoma e del compianto Luigi Lunari, con un cast di maniera il nostro Re Gabriele Lavia. E quale testo avrebbe mai potuto scegliere il Re se non un dramma da grandeattore? Re Lear è di certo il testo più conservatore di Shakespeare, almeno da un punto di vista formale. Affondando le radici nell’antica mitologia britannica, è un dramma a quadruplo intreccio (schema presente in molte opere dello stesso autore), nel quale la trama secondaria contribuisce a far risaltare e a commentare i vari momenti dell’azione principale, affidata chiaramente al protagonista eponimo della pièce.
Si tratta di uno spettacolo “di maniera”: accanto alla “maniera” shakespeariana dilagante nel circuito tradizionale in Italia negli ultimi 40 anni, dove la potenza verbale dei versi viene proposta con filologica perizia sovrastando l’intreccio e sacrificando le interpretazioni, si manifesta la “maniera” di Lavia, tradizionale come Shakespeare, ma meno disposto nell’arco della sua carriera a mettere in discussione i suoi metodi per aprire uno stile personale a qualsiasi genere di innovazione strutturale, formale o di fruizione. Dotato di uno stile inconfondibile di recitazione (fastidiosamente mal scimmiottato su ordine dell’artista dai membri della compagnia) e di meticolosa gestione degli spazi e delle scene, Gabriele Lavia è la tradizione teatrale italiana, a incontro con una Tradizione europea e globale che regna di English accent ed ermeneutica universitaria al punto da essere ormai diventato un “classico”.
Che ruolo hanno le nuove generazioni? Sono chiamate e guardare, imparare e riflettere. Dal testo alla scena – Incontro con Gabriele Lavia e la compagnia è l’evento che si terrà venerdì 13 dicembre “a cura dello Young Board del Teatro di Roma e Dominio Pubblico in collaborazione con Biblioteche di Roma“, cita elegantemente l’orgoglioso sito ufficiale del Teatro Argentina (dove si terranno incontro e spettacolo). Come in un meccanismo shakespeariano, sembrerebbe che i nostri giovani siano chiamati a comporre una trama subalterna, indissolubilmente legata a quella principale per farla brillare di luce riflessa.
E la tradizione? Non incontra mai la modernità dei tempi, prima ancora di essere seppellita dalla definizione di “classico”? Se dai classici bisogna imparare interrogandolo senza pretese di scambio, come anche il buon Maurizio Bettini ci raccomanda nei suoi libri, perché elevare a questo status anche una tradizione ancora in vita, ancora potenzialmente capace di innovarsi senza tradirsi, per incontrare il mondo reale di oggi? Forse perché quella maniera fa felici gli spettatori La “Old Board” quando si riunirà per incontrare i pur pochi contemporanei degni di nota? Ai posteri la triste lapalissiana risposta.

Non chiamatela “critic*” che si offende. Redattrice per testate di settore come Sipario e GufettoMag, conduce i programmi Blend e Rotopalco su UnderPark Radio, unendo una critica vintage e anacronistica e radiofonia.
Scritto da: Serena Spanò
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