Teatro

Vivere con il teatro? Un’amabile mise en scène

todayNovembre 22, 2024 70

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Non farti ingannare dal titolo, questo articolo non intende essere polemico. Quella di oggi è più assimilabile a una pagina di un diario amaro, personale, fin troppo privato, perché chiunque si sia avvicinato al teatro nei suoi studi è stato sfiorato almeno una volta nella vita dall’idea di poter vivere di questa nobile arte.

Sia chiaro, non è mia intenzione addentrarmi in uno studio comparato, in cui l’Italia rispetto ad altri paesi come Francia, Germania,  Inghilterra e persino Grecia ne uscirebbe fin troppo facilmente sconfitta. Non è mia intenzione approfondire politiche economiche nazionali, perché i disagi di cui si lamentano l’inefficienza legislativa ed esecutiva hanno spesso radici più popolari. Piuttosto, porrei l’accento su una preoccupante tendenza tutta italiana, che dal basso e dall’infanzia si insinua nella nostra coscienza collettiva facendoci credere che il teatro sia una passione da coltivare con parsimonia a latere di studi più seriosi. L’hobby del teatro come potrebbe essere fiscalizzato se non gli si riconosce lo status culturale di “mestiere”?

Mi venne raccontato da una regista con cui ho collaborato diversi anni, che una sera, tornando a casa da alcune prove di uno spettacolo, venne fermata sulla sua autovettura per un controllo. A vedere i documenti che riportavano solennemente “regista” come occupazione, il vigile sorrise con aria interrogativa, iniziando a vantarsi dei suoi successi nella compagnia amatoriale della sua parrocchia, ponendosi, per così dire, sullo stesso piano. Nella sua semplicità, credo che l’esempio renda perfettamente l’idea. Aggiungiamoci che l’attore di teatro non è considerato tale dai suoi familiari finché non approda in TV, anche solo per un piccolo ruolo: “ma quando ti vediamo in TV?” è il “ma quando ti sposi?” dell’attore durante le cene e i pranzi in famiglia. Vogliamo aggiungere che anche quello del critico non è considerato un mestiere? La maggior parte di loro, se non ha un contratto con un quotidiano nazionale, ma scrive per una rivista di settore, occupa le cattedre di alcuni licei italiani per poter avere le sere libere e un reddito mensile.

Quelli dello spettacolo dal vivo, non sono ad oggi considerati veri e propri mestieri. Allora perché sorprendersi dell’incolmabile arretratezza delle politiche e dei disegni di legge in termini di tutela del loro lavoro, dell’inquadramento economico di alcune categorie (non esiste ad oggi una categoria dedicata al lavoro del drammaturgo)? A cosa valgono gli sforzi di importanti associazioni di categoria che mirano a interloquire con le istituzioni se chi ci governa viene dalla stessa Italia in cui il teatro è un affascinante affare da artisti fuori dalla realtà che vivono come Daniele Lo Stilita dei complimenti e delle campagne per il sociale?

Dall’altro lato, i cari teatranti, che sembrerebbero vittime del sistema, ne sono colpevoli complici, conducendo la loro vita di compagnia come in un romanzo da romanticismo tedesco. Dal momento che la società e la politica li portano a trovarsi una seconda occupazione, pur di non rinunciare del tutto all’ambiente artistico o sentirsi “fallire” per i numerosi anni di studio e gavetta intrapresi nell’illusione di far teatro per lavoro, il teatrante si ritrova a ricoprire ruoli e mestieri nella sua compagnia per cui non ha mai studiato, portando il suo settore a vivere di un dilettantismo di back-end da teatro amatoriale. Ed ecco che l’amministrazione di un teatro o di una compagnia è gestita da chi sognava di essere scritturato da Gabriele Lavia ma di numeri e contratti capisce ben poco, o la promozione da un artista pentito che impara dai video tutorial come far funzionare le campagne Facebook.

Dove il teatro avrebbe bisogno di manager, di personale qualificato che le università sfornano a pacchi ogni anno, le compagnie e le produzioni si rinchiudono nelle loro torri d’avorio, vivendo del poco che il Ministero e altri pochi bandi del settore gli elemosinano, aspettando che qualcuno dall’esterno riconosca loro una casella da spuntare nella dichiarazione dei redditi. Attenzione, un teatro o una produzione vorrebbero avere dei manager qualificati – forse così smetterebbero di additare tutta la colpa delle loro sale vuote al povero pubblico da loro mal informato –  ma non si posseggono sufficienti risorse per contrattualizzarle adeguatamente. Sapere di poter fare riferimento a professionisti dello spettacolo abituati a vedere i pagamenti (forse) poche volte l’anno (gli stessi che pur di vedere il palco anche da lontano si improvvisano direttori esecutivi) è il palliativo che negli ospedali si concede solo quando non c’è più nulla da fare.

Vivere con il teatro forse dovrebbe essere una messa in scena di cui si paghi almeno il biglietto.

Autore

  • Non chiamatela “critic*” che si offende. Redattrice per testate di settore come Sipario e GufettoMag, conduce i programmi Blend e Rotopalco su UnderPark Radio, unendo una critica vintage e anacronistica e radiofonia.

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Scritto da: Serena Spanò

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