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play_arrowJust Music Flusso d'incoscienza

Sempre più spesso nella società in cui viviamo si ha la necessità di riempire i momenti morti con delle attività. Allo stesso modo accade con il silenzio. Ma è questo l’unico ruolo che ha il silenzio? Quello di essere sostituito con del suono?
I monaci buddhisti della tradizione theravada, ad esempio, credono che valorizzare il silenzio può portare ad altro.
Secondo la mitologia babilonese, il diluvio universale fu una punizione per gli umani, che con il loro rumore disturbarono gli dèi. Ora, gli antichi dei babilonesi sono caduti in disgrazia, ma se ascoltassero il frastuono odierno, l’umanità non ne uscirebbe indenne.
Il mondo che ci circonda è caotico, frenetico, rumoroso. Il silenzio invece è quasi un tabù. Un qualcosa di spiacevole da rifuggire. Lo leghiamo a concetti quali: serietà, austerità, solitudine e dolore etc… Perché non si può legare ad altro?
Oltre la frenesia della mondanità, nel mondo ci sono luoghi incredibili al di fuori del tempo e dello spazio: i monasteri. In questi la vita scorre lenta. Sembrano quasi essere una parantesi nella realtà, dove comunità di monaci vivono seguendo gli insegnamenti di Siddhattha Gotama (in questo caso si parla di monaci buddhisti).
Il buddhismo conta una storia millenaria, ed è la quarta religione mondiale, ma la maggioranza dei suoi seguaci risiede in Asia. Suona dunque strano sentire che a un passo da Roma c’è uno di questi luoghi meravigliosi: il monastero di Santacittarama.
È un monastero di tradizione Theravada che conta quasi venti monaci al suo interno e, cosa estremamente interessante, permette a coloro che vogliono, di essere ospitati. In questo luogo si può sperimentare una dimensione della realtà al quanto lontana. Per questi monaci, il silenzio è una direzione da sviluppare, qualcosa su cui prestare attenzione.
Si tende nella vita moderna a riempire il silenzio con il suono. Loro diversamente, imparano a sedere calmi in meditazione e ad ascoltare il silenzio. Cercano di riconoscere quello che paradossalmente è il suono del silenzio, poiché quando ciò viene ascoltato vuol dire che non si sta pensando.
Facendo un passo ulteriore nel loro sistema, si tende a riempire il silenzio così come si cerca di riempire il proprio essere con vari significati. Finisce però che molto spesso tutto ciò si configura come un qualcosa di forzato e l’unico risultato che si ottiene è quello di amplificare il dukkha (la sofferenza).
Riconoscere il suono del silenzio invece, è una via per lasciare andare, dando al silenzio e al proprio io una giusta collocazione.
Inoltre, riconoscere questo suono permette di godere al meglio di altri suoni. Ad esempio, proprio riconoscendo nella musica le due componenti, il suono del silenzio e la musica, si può godere a pieno di essa, senza esserne trascinati via. Così come per la musica, nella vita in monastero ha un ruolo importantissimo.
Apparentemente antitetico alla vita comunitaria, dove c’è bisogno di comunicare con gli altri affinché le cose funzionino, il ruolo del silenzio è in realtà fondativo, in quanto è solo grazie ad esso che può esserci ascolto e dialogo. È solo grazie a una antitesi che c’è sintesi. Ed è proprio questo ciò che si intendeva con “dare al silenzio la giusta collocazione”. Riconoscere l’importanza del silenzio, fondamentale alla vita monastica e alla pratica meditativa. Ma non solo, fondamentale alla vita di ogni essere umano.
Dunque, è sicuramente possibile legare il silenzio a concetti più “felici”, come la gioia che permea un monaco dopo anni e anni di pratica meditativa. Ciò che però va realmente fatto, in quanto molto importante, è riconoscere il ruolo fondamentale del silenzio in molti aspetti della vita dell’essere umano, e non come qualcosa da sostituire il prima possibile con emissioni di suono senza senso.
Per approfondimenti:
Breve introduzione del buddismo theravada
Attenzione silenziosa: la mente come uno specchio
Una luminosa quiete. la ricerca del silenzio nelle pratiche di meditazione
Scritto da: Gabriele Riccardi
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