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Mentre esco dalla spaziosa e moderna platea del Teatro Vascello, attraversando l’elegante corridoio che conduce al foyer, ronza come un mantra la domanda che fa da titolo a questa breve riflessione, quali libertini?
Dopo il debutto in prima nazionale di un Cime tempestose attesissimo che meriterebbe altre settimane di prove e tagli drammaturgici, con la messa in scena di Altri libertini per la Compagnia Licia Lanera, in attesa de La vegetariana, sembrerebbe che la sezione dedicata al teatro nazionale del Romaeuropa Festival abbia quest’anno fatto scorta di materiale drammaturgico al reparto narrativa de La Feltrinelli o nella bibliografia d’esame di uno studente di Lettere moderne.
Adattare capisaldi della letteratura al teatro è una di quelle operazioni ardite che rischiano di devolvere tante (troppe) energie a un prodotto che a stento riesce ad accostarsi per grado di godibilità alla lettura (nella migliore delle ipotesi). Diciamocelo, il rischio è di duplice natura: da un lato (specialmente quando ci si confronta con un’opera scolastica), di cadere nel vizio filologico del citazionismo, ricercando l’originalità in pittoresche quanto improbabili chiavi di lettura spacciandole per “intriganti prospettive”; dall’altro (soprattutto se l’autore, come nel nostro caso, è noto a un pubblico colto e letto integralmente solo da una ristretta nicchia di lettori e studiosi), la totale – e sovente lasciata impunita dall’ignoranza popolare – infedeltà.
La compagnia, (nel 2022 Premio Ubu per Con la carabina), porta in scena con la regia di Licia Lanera (prima in Italia a ottenere i diritti per la messa in scena dell’opera) tre racconti della raccolta omonima di Pier Vittorio Tondelli edita nel 1980 (Viaggio, Altri Libertini e Autobahn). La messa in scena è esplosiva, frizzante, l’interpretazione è a un tempo briosa e lacerante, la regia è sapiente, lasciando trapelare una sincera aderenza personale. Raccontando una generazione allo sbando che continua a ribaltarsi di vizio in vizio in un fatale rotor di perdizione, la Compagnia mostra fedeltà massima al contenuto e allo stile dell’autore, nonché alla sua volontà letteraria di considerare la raccolta di racconti un vero e proprio romanzo a puntate di non-formazione.

Un quesito, che potrebbe sembrare sterile, continua però a ronzarmi in testa mentre ormai mi appropinquo alla fermata in attesa della linea notturna, quali libertini? Quando nel 1980 l’autore di Correggio pubblicava l’opera, sapeva di rivolgersi a lettori nati negli anni ’50, vittime del boom economico, del Piano Marshall e di un accademismo prêt-à-porter che allora iniziava a muovere i primi passi anche tra le masse. Il 1980 fu editorialmente l’anno di un altro vero caposaldo “pop” destinato a diventare scolastico a discapito del caro Tondelli, Il nome della rosa. Accademismo e anti-accademismo a confronto, uno scontro tra titani in cui l’ “accademico” (inteso nel suo valore sociologico) vinse sul realistico, gettando basi per la formazione di generazioni assolutamente in continuità con quelle sperimentate fino a quel momento, mentre il caro libello tondelliano veniva ritirato dal commercio per la sua oscenità. Il nostro Ginsberg italiano ha avuto, a discapito di quel che certa critica letteraria contemporanea possa pensare, un discreto numero di lettori che si sono riconosciuti nella particolareggiata descrizione offerta, uno spaccato ripreso dalla Compagnia con il devoto “rispetto” cui per deformazione culturale siamo soliti trattare gli autori che riescono dopo la consacrazione post mortem a varcare la soglia dell’autorevolezza scolastica. Peccato che il nostro ideale di “rispetto” sia governato dallo stesso solerte accademismo che spinse Tondelli a rivoltarsi, scrivere e far pubblicare questo romanzo d’esordio per i suoi libertini.
Salita finalmente sulla linea notturna, mi guardo intorno a sbirciare tra le figure notturne che mi circondano i libertini di Tondelli/Lanera. Trovo altri libertini, più squallidi, persi, infeltriti, disperati. A chi vuole parlare questo spettacolo? A quali libertini?

Non chiamatela “critic*” che si offende. Redattrice per testate di settore come Sipario e GufettoMag, conduce i programmi Blend e Rotopalco su UnderPark Radio, unendo una critica vintage e anacronistica e radiofonia.
Scritto da: Serena Spanò
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