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Quando la musica sparisce con un clic

todayFebbraio 27, 2025 29

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Immaginate di svegliarvi una mattina e scoprire che il vostro artista preferito… non esiste più. Niente più canzoni su Spotify, nessun album su Apple Music, neanche un vecchio videoclip su YouTube. Puff. Sparito. Come se non fosse mai esistito. No, non è l’inizio di un romanzo distopico — è la damnatio memoriae versione 2.0.

Ma facciamo un passo indietro. Cos’è la damnatio memoriae? In epoca romana, era la pratica di cancellare ogni traccia di un personaggio caduto in disgrazia: statue distrutte, nomi rimossi dalle iscrizioni, ritratti distrutti o nascosti. Oggi la musica (e la cultura pop in generale) sembra aver adottato questa abitudine con un’energia che farebbe impallidire persino gli antichi censori.

Non è una novità. La musica è sempre stata sotto tiro: troppo rivoluzionaria, troppo trasgressiva, troppo scomoda. Prendiamo Dmitrij Šostakovič, il compositore sovietico che ha passato buona parte della sua carriera a fare la danza del ventre con la censura di Stalin. Troppo moderno? Bocciato. Troppo tradizionale? Sospetto. Risultato: alcune delle sue opere sono state bandite e riascoltarle era quasi un atto di ribellione.

Oppure pensiamo ai The Beatles, che nel 1966 vennero banditi da diverse radio americane dopo che John Lennon osò dichiarare che erano “più famosi di Gesù”. Una damnatio memoriae temporanea, certo, ma abbastanza per far sparire le loro voci da certe frequenze.

Oggi questa antica pratica ha trovato nuova linfa nella cancel culture. Musicisti accusati di comportamenti discutibili vedono la loro carriera sgretolarsi sotto il peso di boicottaggi, rimozioni dai festival e playlist che si svuotano come scaffali durante un assalto al supermercato. È giusto? È sbagliato? È complicato.

Da un lato, c’è chi sostiene che certe azioni meritano una punizione esemplare; dall’altro, c’è chi teme che questa cancellazione rapida e totale ci privi della possibilità di separare l’opera dall’artista. Possiamo ancora ascoltare una canzone sapendo che chi l’ha scritta ha fatto cose terribili? E soprattutto: chi decide cosa va dimenticato e cosa no?

E poi c’è il lato più inquietante: la damnatio memoriae digitale. Viviamo in un’epoca in cui la nostra memoria collettiva è affidata a piattaforme private che possono decidere, con un semplice clic, di cancellare un artista. Un esempio? R. Kelly, rimosso dalle playlist curate di Spotify dopo le accuse a suo carico. Le sue canzoni non sono sparite del tutto, ma sono state relegate ai margini, come un vecchio vinile dimenticato in soffitta.

C’è anche un altro aspetto che merita attenzione: la velocità con cui il mercato musicale oggi consuma, esalta e poi dimentica gli artisti. Le playlist e le classifiche non sono altro che arene dove la permanenza è sempre più precaria. Un errore, un’accusa, un cambio di tendenze, e boom: un artista svanisce nel nulla. Le piattaforme, sempre pronte a inseguire il flusso della domanda, non sono interessate a riflessioni culturali o ad approcci di ricerca, né tantomeno a dare spazio a voci che si oppongono al pensiero di massa. L’unica cosa che conta è restare competitivi. Così, per sopravvivere, non è più la musica ad adattarsi al pubblico, ma viceversa: l’esigenza di rispondere al gusto popolare crea una sorta di “censura economica”. Quando un artista perde il favore delle masse, basta un clic per relegarlo in angoli oscuri delle piattaforme, lontano da occhi indiscreti. Non si tratta di rimozione vera e propria, ma di nascondere il resto, di non farlo apparire. La musica, insomma, diventa solo un’altra merce da consumare velocemente e produrre in ancora meno tempo. A questo punto, la domanda non è tanto cosa venga dimenticato, ma cosa resti davvero del panorama musicale.

Ma bisogna dirlo: quando a nessuno importa più di quel che fino a ieri sembrava importante le cose sono due: o ora non è più effettivamente importante oppure, semplicemente, non lo è mai stato.

La damnatio memoriae nella musica moderna ci ricorda che la memoria non è mai neutrale. È una battaglia tra ciò che scegliamo di ricordare e ciò che accettiamo di dimenticare. E persino la gloria e il successo sono prodotti che abbiamo scontato, costruito in serie, così che possiamo cederne un po’ a chiunque abbia la voglia di venirci in contro per afferrarle.

E come ogni cosa che non ha valore, la si perde come per sbaglio, involontariamente, e a nessuno in fondo importa niente.

 

 

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Scritto da: Martina Capezzuto

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