Musica

Il volto nascosto dell’Eurovision

todayMaggio 17, 2025 115 1 27 3

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L’Eurovision non è solo una gara musicale, ma uno specchio sulla situazione politica di un’Europa sempre più in crisi.

Nel bene o nel male, purché se ne parli.

La massima del genio Oscar Wilde potrebbe benissimo essere il motto non ufficiale dell’Eurovision Song Contest. Per alcuni è un gigantesco carnevale di slogan e piume variopinte, per altri è un rito annuale, un’orgia pop di canzoni emozionanti e coreografie eclettiche, capaci di risvegliare un orgoglio patriottico spesso assopito.

Eppure, l’Eurovision nacque con un chiaro scopo: unire i Paesi Europei attraverso l’arte della Musica. Sin dall’inizio, l’Eurovision si professò come un “evento apolitico”, ma in realtà il palco è diventato un osservatorio privilegiato sulle ombre e le luci della politica europea. Si potrebbe paragonare la kermesse europea alle grandi esposizioni universali dell’Ottocento: vetrine in cui i paesi facevano mostra dei loro prodigi architettonici o delle invenzioni più rivoluzionarie. All’Eurovision, i cantanti sfilano sul palco come statuine imbellettate, sfidandosi con acuti vocalizzi e outfit da “effetto wow”. Eppure, quando guardiamo l’esibizione, non vediamo l’artista, ma lo stendardo del Paese che rappresenta.

L’Eurovision si trasveste da evento musicale, ma quante delle canzoni vincitrici sono riuscite a lasciare il segno nel panorama discografico? Decisamente poche. Non possiamo dimenticare gli ABBA, che nel 1974 trionfarono con Waterloo e divennero una leggenda della storia della musica pop. Oppure Celine Dion, che portò la vittoria alla Svizzera con Ne partez pas sans moi nel 1988. Più di recente, i Maneskin che, con la loro Zitti e buoni nel 2021, furono esaltati dalla stampa come “autentico orgoglio italiano” e proclamati i salvatori della rinascita del rock.

Poche scoperte, pochi slanci artistici davvero validi: l’Eurovision è una vetrina. Ma, come tutte le vetrine, dietro il riflesso talvolta si cela molto di più.

Basti pensare all’edizione del 2022, quando la Kalush Orchestra, in rappresentanza dell’Ucraina, fu proclamata vincitrice. Un evento che forse ci aspettavamo, simbolo di un’Europa unita contro la guerra, mentre la Russia fu esclusa dalla competizione. Una scelta forte, ma in contrasto con ciò che è avvenuto l’anno scorso, nel 2024: Israele, malgrado il conflitto in atto, ha partecipato con relativa tranquillità alla competizione. E’ il ritratto di un’Europa dalla doppia faccia: pronta a dipingere mostri solo quando conviene.

Quest’anno, l’Eurovision ha pronunciato un fermo veto alle bandiere sul palco. Non sia mai che la parola “Palestina” possa giungere alle orecchie dei poveri burocrati europei. E intanto si estende la bandiera invisibile di un’Europa che si unisce davvero solo nelle grandi manifestazioni. Che s’inchina ad un’America che non la rispetta, che polarizza l’informazione cercando di ostracizzare le coscienze.

Cos’è dunque l’Eurovision? Una farsa, un vecchio spettacolo a cui ci siamo abituati, una sfilata che sbirciamo con un misto di curiosità e scetticismo. Questa sera, 17 maggio, verrà incoronato il vincitore o la vincitrice dell’Eurovision, che porterà in alto la bandiera del proprio paese. Un nome, una canzone che forse, tra un mese o tra un anno, avremo già dimenticato. E forse, l’emozione più grande della serata sarà rivedere il dolce faccione di Topo Gigio in tv, intento ad annunciare  i punti assegnati dall’Italia.

Tra i mille pupazzi che si susseguono sul palco, e quelli -ben più pericolosi- che si agitano dietro le quinte della scena politica, almeno noi ne abbiamo scelto uno che, con ingenuità, riesce ancora a farci davvero divertire.

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Scritto da: Arianna Gnasso

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