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Il punk è ridicolo

todayNovembre 21, 2024 52 16 5

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Voi, punk italiani d’oggigiorno, non avete capito nulla, siete un nulla, una fuffa imbellettata! Parlo almeno della grande maggioranza di individui che si autodefinisce novità, che si innalza a trasgressione, che fa di sé avanguardia quado è solo mera speculazione ed estetismo. Dai testi, dalle composizioni, dalle intenzioni, dall’estetica, vien fuori l’evidenza: l’assenza di consapevolezza artistica e di urgenza. I locali pullulano di musicisti che s’improvvisano, alzando la cresta, a farsi punk elargendo la loro autoreferenzialità a tutta una scena musicale cieca. Quando il punk è ben altra cosa.                                     

Il punk nasce come movimento rivoluzionario negli anni ’60 (proto-punk) poi sviluppatosi negli anni a venire, nel quale la gioventù, ribelle, affermò sé stessa in una realtà nella quale non era compresa e voluta. Fu un’ideologia impattante, politicamente tagliente e provocatoria, una condotta non conforme al lineare, sincera, non autoreferenziale che non si abbassava agli schemi falsi e populisti del contemporaneo.

Personalmente vedo un’analogia tra il punk e le avanguardie (non a caso è stato un genere fondamentale per la musica successiva e per la nascita della corrente indiependente), la saturazione infatti non la relego esclusivamente alla musica, ma l’avvicino alle altre correnti sfrontate, del teatro, del cinema, della letteratura, della poesia, della danza, insomma a qualsiasi forma artistica che volesse far di sé, in quel tempo, innovazione audace.                                                                                                                 

Si possono fare dei nomi italiani a riguardo: il teatro delle cantine romane (Teatro Laboratorio, Beat 72, Teatro Abaco), Cooperativa Cinema Indipendente, Filmstudio, Gruppo 63, Mario Luzi, Liliana Merlo. Tutte branche necessitanti, esigenti e coerenti nella consapevolezza di afferrare ed affermare un’arte spietata e sincera. L’avanguardia che attua nuove poetiche, nuovi modi espressivi, in contrasto con la tradizione ed il gusto corrente. Interessante, su questo tema, la mostra Dark Portraits di Dino Ignani (ora esposta a Trastevere) dedicata ai giovani che animavano la vita notturna dell’epoca, luoghi ed eventi legati alla scena dark; in Italia veniva chiamata in questo modo la cultura di strada underground non riconducibile ad un’unica tendenza. La mostra getta uno sguardo su una Roma in ombra, notturna, nella quale volti e corpi di ragazzi cercano forme ed espressioni non convenzionali.                                       

In Italia il punk arrivò dopo, negli anni ‘80 con Bologna, la città che per prima sviluppò una via italiana in questo senso e che fece esplodere il fenomeno hardcore in tutto il paese. Si possono ricordare Gaznevada, Skiantos, Blue Vomit, Wretched, Nerorgasmo, tutte band che trovarono nel periodo post ’77 terreno fertile, un forte spirito movimentalista e strutture in grado di accoglierle: vi erano locali e circuiti dove produrre, vendere e suonare in concerto (etichette indipendenti, fanzine, radio locali), grande merito in questo senso ai centri sociali filo-anarchici.                             

Il gruppo punk italiano per eccellenza sono i CCCP che, non a caso, racchiudono in sé varie forme artistiche, a richiamo della suddetta vicinanza tra il genere punk e le altre correnti d’avanguardia.            

Il punk, pur essendo un movimento caratterizzato da un’estetica netta e una musicalità altrettanto chiara, non si nasconde dietro il superficiale, ma è rappresentante di uno statuto profondo, ben caratterizzato. Non si suona solamente.                                                                                                                      

Il “punk” di oggi, per quanto mi riguarda, non ha più una rilevanza, né politica (tradizionalmente intesa) e né artistica. Così è nella maggior parte dei casi. Oggi il punk è becera immagine, è il vestito, è l’accordo, è un estetismo. Assente è l’urgenza d’espressione, la verità d’animo che contraddistingueva il movimento e che accompagnava anche tutta la sfera estetico-artistica. Il punk è una sensazione, nient’altro. Una ben precisa sensazione avversa alla storia, un sentimento spregiudicato di controtendenza, il coraggio di affermarsi e di non amalgamarsi. Per mio giudizio anche slancio poetico. 

Le nuove generazioni partecipano alla scena punk, quando invece chi fa punk è osceno, fuori scena, non rientrante nelle categorie musicali e generazionali, chi è punk non ricerca sfere alle quali appartenere. E questa non è una prerogativa generazionale, bensì esistenziale, è un modo d’essere ma son pochi oggi i veri esistenti, sia della vecchia che della nuova generazione.        

Questa grande partecipazione banale e infiocchettata dalla comunicazione mediatica che la osanna a paladina dello scarto della mediocrità. Infatti, tale propaganda, è un circuito chiuso che recensisce e diffonde soltanto ciò che è in riga, lineare, non fuori dalle battiture mentali. Uffici stampa ed etichette privilegiano la musica che cavalca l’onda mentre l’underground, nel quale rientra il punk, viene tralasciato nell’ombra.                                                                                       

Nessuno ha più cose da dire, ma tutti son bramosi di mettersi in scena. Carissimi, siete una noiosa sfilata voi punk italiani contemporanei!                                                                                                              

Oggi è importante portare avanti un’originalità ed un taglio in questo insieme conformista e piatto nel quale non esiste una voce che dica il vero. Pertanto, se vista in questa maniera, il punk ancor oggi conserva una rilevanza, altrimenti è una imbarazzante rappresentazione musicale immatura, giovanilistica ed oltretutto sporca di polvere, di una polvere quasi cinquantenne.

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Scritto da: Archita Giuseppe Russo

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