Letteratura

IA nell’arte: opportunità o minaccia?

todayNovembre 30, 2024 161 132 2

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L’intelligenza artificiale ha fatto il suo ingresso nel mondo dell’arte con una rapidità sorprendente, scardinando l’idea che la creatività umana fosse un territorio inviolabile. Dipinti generati da algoritmi, composizioni musicali create da software e persino poesie scritte da macchine: ciò che un tempo sembrava fantascienza è ora una realtà tangibile. Ma fino a che punto l’IA può sostituirsi all’artista? In questo approfondimento, esploriamo le applicazioni dell’IA nei diversi campi della creatività: arte visiva, musica e poesia, riflettendo sui vantaggi e i rischi di questa nuova rivoluzione tecnologica.

 

Dal pennello al codice: l’evoluzione dell’arte visiva nell’era dell’IA

C’è una nuova musa nell’arte contemporanea, e non è fatta di carne e ossa, ma di codici e algoritmi: l’intelligenza artificiale. Un tempo, l’arte sembrava appannaggio esclusivo degli esseri umani, ma oggi le macchine sono capaci di dipingere, comporre musica e scrivere poesie. Fantascienza? Non proprio.
Pensiamo a progetti come DALL·E o MidJourney, in grado di trasformare semplici parole in immagini complesse. Bastano pochi secondi e l’IA dipinge per noi. “Vorrei un paesaggio marino in stile surrealista” – un click, e l’opera è pronta. È sorprendente vedere come, in pochi secondi, l’intelligenza artificiale possa produrre qualcosa che sembra degno di una galleria d’arte. Ma come funziona questa magia?
Dietro le quinte, l’IA rielabora stili e dettagli da milioni di immagini, combinandoli per creare qualcosa di nuovo. Per quanto il risultato possa essere visivamente sorprendente, il processo creativo è diverso: non è una creazione autonoma, ma un’elaborazione basata su calcoli e algoritmi che ricompongono ciò che è già stato visto e analizzato.
Tuttavia, l’ispirazione non è del tutto assente, perché è l’artista umano a guidare la macchina, scegliendo le parole, gli stili e le direzioni. In questo senso, l’IA diventa uno strumento che amplifica l’idea originaria, ma non la sostituisce.
E allora, a chi appartiene davvero l’opera? All’IA che l’ha generata? All’artista che l’ha programmata e indirizzata? O forse a entrambi, in un nuovo tipo di collaborazione creativa? È una riflessione che sfida il nostro concetto tradizionale di autorialità sollevando una domanda cruciale: questa può essere definita arte?
I puristi storcono il naso, ma il mercato sembra pensarla diversamente. Nel 2018, Portrait of Edmond de Belamy, un quadro generato da un’IA, è stato venduto da Christie’s, una delle più prestigiose case d’asta al mondo, per 432.500 dollari. Provocazione o rivoluzione?
Eppure, non è solo questione di spersonalizzazione. Dietro ogni immagine creata dall’intelligenza artificiale c’è un processo complesso, quasi alchemico. Programmare un’IA per farle capire cosa sia un’emozione visiva richiede intuizione e sensibilità. Chi costruisce l’algoritmo non sta forse scolpendo, a suo modo, una nuova forma d’arte?
Un esempio lampante è il mondo del design: oggi molti professionisti usano l’IA per creare loghi, illustrazioni o persino interi concept. Non è più solo “fare arte”, ma guidare la macchina verso una direzione creativa. Saper impostare un algoritmo per ottenere un determinato effetto visivo non è semplice, e chi ci riesce non è forse un artista del codice?
L’arte generata dall’IA è una collaborazione tra creatività umana e potenza computazionale. Piuttosto che chiederci se sia vera arte, dovremmo forse iniziare a vederla come una nuova forma espressiva, capace di riflettere la nostra epoca. E chissà se, tra qualche decennio, i “quadri digitali” saranno esposti nei musei accanto ai grandi maestri, non più come curiosità tecnologiche, ma come testimonianze di una nuova sensibilità.

Martina Capezzuto

Musica e intelligenza artificiale

L’Intelligenza Artificiale avanza senza freni nel campo musicale. Spopolano piattaforme in grado di comporre canzoni quasi da zero (Soundraw, Voicemod, Song Lyrics Generator, per citarne alcune), ed il dibattito sul potenziale e sul rischio delle nuove tecnologie adoperate sembra essere più acceso che mai. Il panorama musicale sembra essere diviso tra chi sostiene che l’AI possa condurre alla morte della creatività e dell’unicità dell’artista, e chi, invece, ne esalta la gamma di vantaggi che può offrire, soprattutto nella sfera della produzione. Ne abbiamo avuto un assaggio il novembre dello scorso anno, con la pubblicazione di Now and then dei Beatles. La canzone era stata registrata da John Lennon nel 1977 su una cassetta, nel corso degli anni gli ex membri della band hanno in ogni modo tentato di inciderla, ma senza successo, poiché la traccia risultava rovinatissima. Tutto questo fino al 2023: le nuove tecnologie AI hanno permesso di migliorare la qualità del brano, isolare la voce di Lennon da quella degli altri, e la canzone ha scalato rapidamente le classifiche, segnando il ritorno della band più famosa di tutti i tempi. Malgrado qualche perplessità, l’operazione si è rivelata un successo: in questo caso, l’Intelligenza Artificiale è stata usata come supporto tecnico, e non come matrice creativa. 

In caso contrario, invece, la questione è più complessa. Sui social spopolano cover di artisti realizzati tramite l’AI: per quanto una versione fittizia di Freddie Mercury che intona Someone like you di Adele  possa emozionarci e lasciarci increduli, ci invade una sensazione di forte sgomento. E’ bellissima, ma c’è qualcosa di sbagliato.

 Ad oggi, gli strumenti dell’Intelligenza Artificiale permettono di spaziare oltre i limiti della creatività e dell’esperienza umana ma è davvero quello che auspica il panorama musicale? Il rischio è quello di intercorrere in un appiattimento del processo di ideazione e composizione di un brano, e di dipanare un universo musicale in cui la voce di un artista possa perdere la propria veridicità. Sono state già avanzate proposte per la regolamentazione efficace del settore, ma è forte lo scetticismo in merito. In un clima in cui l’espressione artistica è sottoposta alle intercessioni della tecnologia, non si può escludere, da parte dell’ascoltatore, una profonda disconnessione emotiva e una perdita di sfiducia nei confronti dell’artista. Forse, in futuro, ci faremo bastare la semplice fruizione di un brano capace di intrattenerci, e, forse ci importerà molto poco della sua autenticità stilistica. 

La tecnologia dovrebbe incentivare la creatività, non annientarla. Non ci resta, quindi, che sperare per il meglio. 

Arianna Gnasso

 

Intelligenza artificiale e poesia

L’intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite anche con programmi come ChatGPT. Allora ho deciso di avventurarmi in una sorta di esperimento letterario, proponendo al programma di produrre una poesia di dieci versi, mettendo a tema cosa sia l’intelligenza artificiale. Segue la risposta:

L’intelligenza artificiale è un pensiero senza cuore,
una mente che vive nelle fibre del silicio,
un oceano di numeri che cercano risposte,
un sogno umano che prende forma nel vuoto.
Non ha paura, non conosce il dolore,
ma si nutre di dati, di logica e di calcolo,
cerca la verità nei labirinti dell’algoritmo,
un riflesso della mente che l’ha creata.
Un’intelligenza che apprende, evolve, cresce,
come un seme che germoglia nel futuro incerto.

Non mi fermerò ad analizzare la banalità della composizione, dal punto di vista stilistico ed estetico, se così si può dire, sottolineo direttamente il contenuto.  Stiamo osservando un “pensiero senza cuore”, “un oceano di numeri che cercano risposte” (nota bene soggetto e verbo che non concordano, ma la grammatica a quanto pare è un’opinione), “non ha paura, non conosce il dolore, ma si nutre di dati, di logica e di calcolo”, e questa affermazione veramente mi incute orrore.
No, questa non è poesia! E forse qualcuno sorriderà immaginandomi come Cicerone “o tempora o mores” , ma in realtà la questione è seria e non suscita affatto ilarità. Ci troviamo davanti a ciò che uccide la creatività e irride l’arte. Gli artisti sono anime libere, non si fanno certamente imbrigliare dagli algoritmi, dai calcoli.Chi cerca risposte è perduto, bisogna sempre domandare, avere sete di Bellezza! E chi può dire se essa venga dal cielo o forse dall’inferno, come si chiede Baudelaire, per vivere è necessaria anche la sofferenza, il pathei mathos degli antichi greci, Tempesta ed Impeto, Sturm und Drang! Il grande Mistero dell’esistenza non può essere indagato da un’intelligenza artificiale… e certamente ChatGPT non potrà mai sostituire un poeta. 

Isabella Esposito

Autore

Scritto da: Arianna Gnasso

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