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Vivere la musica , dal vinile al digitale

todayNovembre 23, 2024 44

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La storia della musica è profondamente legata all’evoluzione dei dispositivi che ne permettono l’ascolto. Le innovazioni tecnologiche hanno influito non solo sul modo in cui viene fatta la musica ma anche nel modo in cui viene percepita dalla società. Osservando complessivamente come sono variate le modalità di fruizione della musica nel tempo emerge chiaramente la tendenza ad un ascolto sempre meno immersivo.

Il primo apparecchio che ha permesso di riprodurre la musica è stato il fonografo, precursore del grammofono, creato nel 1877 da Thomas Edison. Negli anni 50 del Novecento il giradischi e il vinile hanno rappresentato una svolta radicale: la musica si è diffusa sempre di più tra le masse, grazie all’accessibilità economica e alla facile reperibilità.

I vinili hanno permesso agli artisti di esprimere totalmente la loro creatività, non solo a livello musicale ma anche artistico grazie alle copertine degli album. Tramite essi si veniva a creare una connessione intensa, quasi viscerale tra ascoltatore e musicista: possedere una copia fisica della performance musicale attribuiva un forte valore emotivo al disco.

Naturalmente anche le canzoni contenute nell’album erano realizzate in funzione della modalità di ascolto. Le tracce spesso si collegavano tra di loro, perché si presupponeva che venissero ascoltate nell’ordine in cui il giradischi le riproduceva. Non a caso, le canzoni erano maggiormente apprezzabili quando si trovavano nel loro contesto e difficilmente si decideva di saltare da una all’altra. L’album era un vero e proprio viaggio nella mente dell’artista, con un inizio e una fine ben precisi.

L’ascolto di un vinile presuppone una certa dose di attenzione, può anche rappresentare un sottofondo durante lo svolgimento di altre attività tuttavia il suo obiettivo principale è quello di immergere completamente l’ascoltatore. Il coinvolgimento non è immediato, la canzone spesso viene preceduta da una lunga introduzione che aiuta l’ascoltatore a calarsi nell’atmosfera dell’album. A partire dagli anni 70 i dispositivi si sono evoluti diventando sempre meno ingombranti, permettendo così di ascoltare la musica anche fuori casa. Quali sono state le conseguenze?

Nella società odierna la musica viene ingurgitata: con l’avvento delle piattaforme streaming, la produzione discografica mondiale giace letteralmente nel palmo della nostra mano. Mentre il CD e il vinile sono ormai considerati “beni di lusso”, pur non perdendo la loro fetta di collezionisti anche tra gli ascoltatori più giovani, lo streaming funziona perché fornisce un servizio a basso costo: la possibilità di ascoltare qualsiasi brano in qualsiasi momento, a meno di dieci euro al mese. Lo streaming ci ha concesso anche una maggiore praticità concreta nell’ascolto: ad oggi, non dobbiamo più temere i nastri che si riavvolgono, i graffi e le polveri sulla superficie. Per l’utente Spotify, l’evento più terribile è dimenticarsi le cuffiette (d’altronde, chi uscirebbe mai di casa con il telefono scarico?).

Viviamo, forse, l’epoca d’oro della fruizione culturale: l’accesso all’arte, in ogni sua forma, non è mai stato così libero, economico e a portata di mano. L’ascolto musicale contrariamente a ciò che avveniva in passato, non è più veicolata dal possesso dell’oggetto culturale: i CD e i vinili, da strumenti necessari per la fruizione musicale, si sono trasformati in veri e propri gadget, acquistati solleticando l’animo del consumatore o dagli echi dell’effetto nostalgia. In un’epoca in cui il bisogno consumistico di possedere beni materiali è dominante, la musica si muove su un versante diametralmente opposto, apparendo sempre più volatile e smaterializzata dal contatto fisico con la realtà.

Siamo, per questo, ascoltatori più distratti? Forse sì.

Forse è corretto dire che siamo una società più distratta, bombardati costantemente da informazioni sempre nuove. Questo nuovo mindset  dell’ascoltatore medio ha spinto la produzione musicale a puntare sui beat capaci immediatamente di catturare l’attenzione dell’ascoltatore. Stairway to Heaven, con la sua “lunghissima” intro di quasi un minuto su otto minuti di brano, oggi non funzionerebbe.

Tuttavia, malgrado i suoi elementi più controversi, ogni fenomeno presenta sempre due facce. Non possiamo negare che l’accesso illimitato di brani, in qualsiasi momento della giornata, sia una grandissima ricchezza. La musica, in questo modo, scandisce il ritmo della nostra vita, dona colore anche alla semplicità dei momenti quotidiani: una passeggiata verso il lavoro può tramutarsi in un’esperienza coinvolgente grazie alla canzone giusta, una playlist adrenalinica può motivarci durante una sessione intensa in palestra. 

Da non sottovalutare l’importanza delle playlist! L’invito che vogliamo fare ai nostri lettori è quello di svincolarsi dalle quelle suggerite dall’algoritmo delle piattaforme, ma di crearne delle proprie. Non concepire la cura della playlist come un banale assemblaggio di canzoni, ma come un’intima costruzione, attraverso la propria scelta autonoma dei brani, di sonorità e atmosfere che creino la colonna sonora del nostro universo personale. 

La musica ci parla: ascoltiamola davvero.

L’articolo è stato scritto in collaborazione da Lavinia Sabelli e Arianna Gnasso.

Autore

Scritto da: Lavinia Sabelli

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