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Che noia in Casa Rai!

todayAprile 22, 2025 45 187 3

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La quinta stagione di Mare Fuori non ha soddisfatto le aspettative. Il suo fallimento ci mostra, ancora una volta, i grandi limiti delle produzioni Rai. 

“A noi la qualità ci fa schifo!” urlava un esasperato Renèè Ferretti sul set dell’assurda serie “Gli occhi del cuore”, metafora e parodia della peggiore televisione italiana. Eppure, guardando la quinta stagione di Mare Fuori, sembrava che l’iconico protagonista di Boris potesse apparire in qualsiasi momento, con gli occhi sbarrati e la sigaretta accesa, pronto ad urlare ancora una volta: “Fermate tutto”. E quasi ce lo siamo augurati, che qualcuno-un deus ex machina estremamente misericordioso- sbucasse sullo schermo per porre fine allo scempio a cui stavamo assistendo.

E dire che Mare Fuori sembrava davvero una ventata d’aria fresca, pronta a spazzare via la noiosa pedanteria in cui da anni stagnavano le produzioni televisive italiane. Tante le ragioni dietro il successo iniziale di questo fenomeno: una trama ricca di intrighi ma capace, nonostante le svolte spesso cariche di tensione, di mantenere una sua coerenza narrativa; personaggi tormentati e complessi, con cui era facile empatizzare; la capacità di raccontare realtà difficili e marginali senza edulcorazioni, e di trasmettere un messaggio di speranza senza mai scivolare nel patetismo. Tutti elementi che, insieme, avevano permesso alla serie di conquistare un pubblico giovane, attento, affamato di storie vere e lontano anni luce dai soliti cliché da fiction generalista.

Un pubblico per cui la Rai era ormai sinonimo di vecchiume, scarsa qualità e melodramma forzato.  Mare Fuori era riuscito in ciò che sembrava impossibile: aprire una breccia, costruire un ponte emotivo tra la fiction italiana e una generazione che, ai preti investigatori e ai carabinieri dal cuore tenero, preferiva i prodotti d’oltreoceano targati Netflix.

Già la quarta stagione aveva sollevato non pochi dubbi, ma è con la quinta che oggi possibilità di recupero è stata definitivamente annientata. Gli sceneggiatori sembrano quasi essersi divertiti nel proporre svolte melodrammatiche del tutto gratuite, battute completamente scollegate dalle realtà, morti che ritornano, new entry introdotte senza spessore né funzione narrativa, abbandonati a sé stessi dopo qualche scena. Nemmeno ai volti storici viene resa giustizia: i personaggi che avevamo imparato ad amare si sono trasformate in ombre inconsistenti. Non evolvono, non crescono, compiono azioni del tutto incoerenti con il percorso costruito nelle stagioni.

Il vero colpo di scena, però, arriva nell’ultima puntata, quando gli sceneggiatori sembrano svegliarsi di colpo dal letargo e, all’improvviso, si ricordano di tutte quelle storyline abbandonate per strada. Così, nel tentativo disperato di dare un senso a ciò che senso non ha, provano a chiudere tutto in fretta, infarcendo un melodramma forzato, insipido, che invece di commuovere lascia addosso solo la sensazione fastidiosa di un’indigestione di patetismo assolutamente evitabile.

A concludere, fa la sua comparsa sulla scena Gigi D’Alessio-sì, avete letto bene- che snocciola uno spiegone sul valore della musica, mentre noi spettatori ci troviamo ad affrontare la consapevolezza che abbiamo perso ore preziose guardando una serie tv ormai definitivamente sepolta.

Il grande fallimento di Mare Fuori non è solo quello di una serie che ha perso slancio narrativo. E’ il riflesso di un fallimento ben più grande: quello del sistema Rai che l’ha generata e poi, lasciata naufragare, inghiottita dalle stesse logiche che, da anni, soffocano qualsiasi tentativo di rinnovamento. Una Rai sempre più imborghesita, autoreferenziale, ben consapevole di riprodurre costantemente gli stessi schemi narrativi, senza alcun interesse per il racconto di storie autentiche.

Una Rai che si accontenta, che si crogiola nella propria confort zone  costituita da spettatori fidelizzati da decenni, quelli dello sceneggiato post cena, della televisione rassicurante e prevedibile, e che continua ad ignorare-volutamente- l’evoluzione del mondo televisivo. Mentre le serie europee-pensiamo ai casi di La Casa di Carta in Spagna, Young Royals in Svezia e molti altri titoli audaci- stanno riuscendo ad imporsi all’attenzione del mercato globale, in Casa Rai si continuato a propinare un catalogo di storie già viste,  che non vogliono turbare o suscitare vere riflessioni.

La solita, vecchia, cara tv da buon salotto.

Il problema non è che la Rai non riesce ad evolversi, ma che non ha alcuna intenzione di farlo. Non vuole gestire un pubblico seriale molto più esigente e che  è definitivamente cambiato. Preferisce rintanarsi nel suo comodo e prevedibile rifugio, senza rendersi conto che si sta scavando la fossa da sola.

E produce, produce, produce senza sosta ampi cataloghi di contenuti che sembrano costruiti per un Paese immobile, senza tensioni e contraddizioni, un’Italia che, in realtà, non esiste né mai esistita, ma che si vorrebbe creare.

Mare Fuori non è crollato perché non aveva più nulla da dire, ma perché è stato soffocato. E’ rimasto ingarbugliato in quel sistema culturale-e perché no, anche politico- che preferisce l’autoreferenzialità all’innovazione, l’abitudine al rischio, e che-quando qualcosa sembra davvero riuscire a rinnovare– lo stritola nella sua morsa…fino a spegnerne la luce.

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Scritto da: Arianna Gnasso

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