Ascoltatori:
Ascoltatori di punta:
play_arrowJust Music Flusso d'incoscienza

«Tutto ciò che è complesso tende a essere ridotto. La mente pigra cerca scorciatoie, ma il pensiero serio costruisce sentieri.»
— F. Nietzsche, forse. O forse solo il nostro tempo che parla sottovoce.
È proprio necessario — chiediamocelo — polarizzare l’informazione?
In un’epoca in cui l’algoritmo detta la durata del pensiero e la barra laterale di un social ne calibra la profondità, siamo ancora capaci di tollerare la complessità?
Il dibattito pubblico, per come lo si intendeva un tempo, è un oggetto archeologico. Non più arena di confronto, ma teatrino ideologico dove si recita a soggetto, con copioni già scritti. Chiunque tenti di introdurre una sfumatura viene immediatamente archiviato come ambiguo. Non c’è spazio per il tragico, per la contraddizione, per l’umano. O sei da una parte o sei contro. O sei luce o sei ombra. La scala di grigi è censurata.
È il nuovo manicheismo dell’informazione.
Basti osservare come viene trattata, dalla stampa generalista e dai megafoni digitali, la narrazione del conflitto tra Russia e Ucraina. Le parti sono assegnate con rigore teatrale: da un lato il Male, con tratti da romanzo gotico — Putin come archetipo di un potere cupo e monolitico, degno della penna di Dostoevskij ma senza la redenzione finale; dall’altro lato il Bene, Zelensky, trasformato in immagine cristologica, martire e risorto, incarnazione pop del giusto che resiste. Ma la storia, quella vera, non funziona così. Non è un editoriale di due colonne. È un organismo sporco, ambivalente, contraddittorio. Il giudizio, quando è prematuro, non è analisi: è propaganda.
Tutto questo ha un prezzo: si smette di pensare.
La stessa dinamica si è verificata con l’ascesa di Donald Trump, trattato come un accidente della democrazia, un lapsus del sistema. Ma Trump non è un incidente: è un sintomo. È, nel bene e nel male, lo specchio di un’America reale e profonda, quella che non si affaccia sui roof-top di Manhattan, ma vive nelle pianure svuotate, nei motel dell’Arizona, nelle fabbriche dismesse dell’Ohio. L’America che non è Netflix ma cronaca muta, quella che Joan Didion aveva cominciato a raccontare già negli anni Settanta, quando scriveva che “le persone perdono il controllo della narrazione della propria vita”.
Trump è la narrativa smarrita che ritorna. Il controcanto.
In questo panorama, anche la religione — da ultimo rifugio dell’ambiguità umana — viene letta attraverso le stesse lenti polarizzate. L’elezione di un Papa nordamericano, ad esempio, è stata da alcuni subito interpretata come una “versione pontificia” del trumpismo, come se l’origine geografica fosse di per sé ideologia. Ma la geografia non è mai il destino, e l’essere umano, come ci ha insegnato Montaigne, “è più cangiante del camaleonte”.
Il problema di fondo è epistemologico, prima ancora che politico: non ci fidiamo più della complessità. La consideriamo un lusso o, peggio, una minaccia. Ma il compito dell’informazione — quella seria, quella che ancora prova a tenere insieme le cose — è proprio questo: accettare che l’essere umano non è riducibile a una didascalia. Che la verità è sempre, inevitabilmente, parziale. E che ogni giudizio definitivo è una scorciatoia, non una conquista.
La verità, se esiste, è un processo. Un percorso a ostacoli. Una lente che si appanna mentre guarda.
Se Undermag ha avuto fin dall’inizio un compito, una tensione interna, è stato quello di non cedere all’ovvio. Di tenere aperto il margine. Di ascoltare l’interruzione, l’incoerenza, il dettaglio che stona. Siamo dalla parte dell’inattualità, nel senso in cui lo intendeva Nietzsche: un pensiero che si sottrae alla moda del presente per dirne l’essenziale.
E allora la vera domanda oggi non è “da che parte stai?”, ma: “riesci ancora a tollerare l’incoerenza del mondo?”
Riesci a starci dentro senza volerlo subito spiegare, condannare, semplificare?
Non tutto ha bisogno di una sintesi. A volte, pensare significa solo accettare che le cose sono più grandi di noi.
Scritto da: Michele Piramide
UnderPark Radio - Vieni a vedere la radio!
Commenti post (0)