Editoriale

Habemus clickbait

todayMaggio 5, 2025 45 7 5

Sfondo
share close

La morte di Papa Francesco e l’elezione del suo successore sono diventate l’ennesimo reality mediatico: tra scommesse, giochi online e gossip, il giornalismo dov’è finito?

Papa Francesco è morto. Ma per molti giornali, più che un evento storico o spirituale, è stato l’inizio di una diretta streaming infinita, un talent show dal Vaticano, un festival di retorica funebre da far impallidire persino la cronaca nera più sciacalla. Già dai primi minuti successivi alla notizia, l’informazione – quella con la “i” minuscola – si è trasformata in un teatro dell’orrido, dove a contare non era tanto il significato della perdita quanto la possibilità di spremere fino all’ultimo pixel ogni dettaglio morboso: il respiro, le ultime parole, i battiti calanti, il colore della pelle, la composizione della salma.

Un necrologio infinito, aggiornato in tempo reale, come se l’unico modo di elaborare il lutto fosse quello di darlo in pasto all’algoritmo. Nessun pudore, nessuna distanza critica, nessuna vera domanda. Solo una gara a chi urlava prima “storico!” nel titolo.

Poi, naturalmente, il tempo di una decina di refresh, ed ecco che si passa al piatto forte: il Toto Papa. Chi sarà il nuovo pontefice? Chi ha le quotazioni migliori? I bookmaker impazzano, i siti di scommesse rilanciano, e le redazioni trattano i cardinali come fossero concorrenti dell’Eurovision: “Il ghanese è carismatico, ma troppo progressista per certi ambienti”. “L’argentino è giovane, ma senza esperienza di curia”. “L’italiano? Mah, piace in Europa ma non sfonda in Sudamerica”. Perfino le infografiche sembrano ispirate ai tabelloni delle semifinali di Sanremo. Nessuno che provi a spiegare davvero i meccanismi del conclave senza farne un tutorial, o le tensioni interne alla Chiesa, le faglie teologiche, i veri conflitti tra visioni del mondo, pur consci che l’elezione di un capo di Stato così influente in questo periodo storico possa essere decisivo nella determinazione degli equilibri internazionali. No, troppo difficile. Meglio buttarla in caciara con il prete influencer, la suora opinionista e il cronista che gesticola da piazza San Pietro come se stesse raccontando l’invasione degli alieni.

E se qualcuno si azzarda a fare informazione, viene immediatamente seppellito sotto un’ondata di commentatori che preferiscono domandarsi se la nuova tiara papale sarà più fashion di quella precedente.

Che fine ha fatto il giornalismo?

Quello che dovrebbe raccontare, interrogare, filtrare il mondo attraverso analisi e responsabilità? È stato sostituito da una catena di montaggio della banalità, da un corridoio di redazioni dove conta solo chi buca per primo il feed con una breaking news, anche se poi bisogna smentirla tre minuti dopo. I giornalisti non informano più: intrattengono. Con l’abito talare o senza, poco importa. Purché si clicchi. E intanto, mentre milioni di persone in tutto il mondo vivono un momento storico delicato, il giornalismo si crogiola davanti al catafalco, guardandosi allo specchio e chiedendosi se il proprio carosello ha fatto abbastanza engagement.

La verità? L’unica fumata bianca che si aspettano, dal 7 maggio, è quella dell’aggiornamento automatico di Google News. E amen.

Autore

  • Non chiamatela “critic*” che si offende. Redattrice per testate di settore come Sipario e GufettoMag, conduce i programmi Blend e Rotopalco su UnderPark Radio, unendo una critica vintage e anacronistica e radiofonia.

    Visualizza tutti gli articoli

Scritto da: Serena Spanò

Rate it

Commenti post (0)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con *