Letteratura

Povera Poesia

todayAprile 23, 2025 174 4 5

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Viviamo un paradosso affascinante e frustrante al tempo stesso: la poesia, che dovrebbe essere il linguaggio più libero, è oggi intrappolata in dinamiche che odorano di naftalina. Eppure, mai come ora essa è moderna, viva, capace di parlare in modo istantaneo al cuore, di graffiare la mente, di restituire visioni che il mondo quotidiano dimentica di accendere.

La poesia è, per sua natura, un mezzo fulmineo e profondo: è l’unico linguaggio che può contenere il trauma e la gioia, la rabbia e l’estasi, tutto in un verso. È, per dirla con Paul Valéry, “un prolungamento dell’intuizione”. Eppure, chi la pratica spesso sembra dimenticare questa apertura originaria. Anche i giovani che vi si avvicinano con entusiasmo, una volta entrati nei meccanismi della cosiddetta élite poetica, adottano atteggiamenti di chiusura, di difesa.

Non pongono in maniera verticale il verso, ma l’individuo: è il poeta che si erge, non la poesia che parla.

La poesia, in troppi casi, è diventata una moneta da scambiare nei salotti del consenso, nei circoli chiusi, nei simposi inaccessibili. Si crede, con ostinazione vetusta, che la poesia debba essere mediata, studiata, autorizzata. Rinchiusa nelle università, nelle accademie, nelle riunioni “solo su invito”. Come se leggere un verso senza un dottorato fosse peccato di lesa maestà.

Ma la poesia è tutt’altro: è uno spazio di condivisione dei mondi interiori, una lingua segreta e collettiva che tutti parliamo, anche quando non la nominiamo.

Noi, con il programma radiofonico Read(Y) su Under Park, proviamo a restituirle questo respiro: apriamo il microfono, senza giudizio, lasciando che la poesia fluisca. Perché è questa l’urgenza del presente: liberare la poesia dai poeti.

Il mondo poetico contemporaneo, invece, pare avvelenato dal giudizio e dal compromesso. Ogni poesia pubblicata viene sezionata, ogni nome discusso, ogni pubblicazione accolta o respinta sulla base dell’appartenenza e della visibilità. E mentre i poeti si sbranano tra loro nei commenti di Facebook, come moderni sudari digitali, la poesia vera – quella che nasce nei corpi, nelle periferie, nelle scuole, nelle stanze solitarie – resta ignorata.

Un tempo Hegel e Schopenhauer si combattevano con opere magnifiche. Oggi i poeti si lanciano strali su Instagram. E intanto, la poesia si perde. Si perde dietro ai volti, dietro alla necessità di “esserci”, di essere su un manifesto, di essere in una foto. Ma cosa comunica questa presenza, se non è sostenuta da un sentire profondo?

È ora di ribaltare il tavolo. Scendere nei posti in cui la poesia si fa davvero: nelle scuole, nei laboratori, nei parchi, nelle carceri, nelle biblioteche di provincia. Lì dove la poesia torna ad essere una lingua che cura, che connette, che accoglie. Perché la poesia è un linguaggio libero, ed è tempo che siano proprio i poeti a liberarlo.

Come scriveva Pasolini: “Bisogna essere molto forti per amare la solitudine.” E forse anche per amare la poesia. Ma questa forza non si coltiva nell’esclusione: si coltiva nell’apertura, nell’ascolto, nel contatto. Se la poesia non è condivisione, non è nulla.

È tempo di rimetterla al centro non come statua, ma come sorgente. Non come culto, ma come rito comunitario. Non come potere, ma come atto di presenza.

La poesia non ha bisogno di giudici, ma di spazi. Apriamoli

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Scritto da: Michele Piramide

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