Ascoltatori:
Ascoltatori di punta:
play_arrowJust Music Flusso d'incoscienza
Il presente avviso, data la scarsezza di professionisti affidabili, è rivolto a figure ambosessi, dotate di senso critico, apertura al dialogo e al confronto in community, spiccata etica professionale. Le redattrici, Arianna Grasso e Serena Spanò, invitano gli interessati all’annuncio a non attenersi alle cattive consuetudini di seguito descritte.
Chi ha avuto la sfortuna di leggere i miei precedenti articoli, sa che di consueto la mia attenzione è rivolta al teatro, settore in cui ormai lavoro da diversi anni. Ma al sorpreso lettore di Undermag vorrei offrire una rassicurazione tematica, perché c’è del marcio nella Danimarca della critica dello spettacolo tout court e i medesimi flagelli che il teatro accusa in ambito produttivo (di cui la critica è ormai, ahimè, un puntuale riflesso), il cinema li rende più evidenti, al punto da rappresentare un ottimo casus anche per il grande pubblico.
Il mestiere del critic* sarebbe (mai condizionale fu più doloroso!) a dir poco elementare. A partire dallo studio preliminare di un’opera e concentrando l’attenzione sulla sua fruizione, il critic* fornisce un responso al tempo stesso diretto ad artista e produzione e al pubblico; una fedele fotografia che rispecchi la soggettiva prospettiva del critic*, seguendo termini di oggettività e parametri unanimemente riconosciuti dal settore di appartenenza, nel pieno rispetto della prospettiva, dei linguaggi e delle finalità del prodotto artistico criticato, ma senza chiudersi in un dialogo accademico e intellettualistico, anzi, offrendo al pubblico gli strumenti per comprendere i parametri utilizzati e le riflessioni svolte. Finché la critica è stata appannaggio dei quotidiani nazionali, in cui il “dipendente” era (è ancora in pochi eroici casi) regolarmente retribuito per il suo servizio dalla stessa redazione, il mestiere è stato al servizio di un pubblico ampio, popolare, la scrittura del critico coincideva con una scrittura giornalistica, chiara, didattica ma non didascalica, utile per i suoi interlocutori, avviando un dialogo su entrambi i fronti, pubblico e addetti ai lavori. Facilitatrice di un dialogo, strumento di una maggior democratizzazione del sapere (e non del gusto!), balsamo per gli artisti incompresi.
Una situazione “quasi” idilliaca (e dico quasi perché non intendo banalizzare il discorso in una laudatio temporis acti, e cioè, “quanto si stava bene prima”, ma è un fatto che pur con le sue difficoltà questo settore fosse ancora funzionale). Tuttavia, come scrisse il saggio Teognide di Megara (e perché mai contraddirlo?), qualsiasi cosa resta pura finché non si avvicini al turpe, finché non si corrompe. Perché la critica avrebbe dovuto fare eccezione? Il cinema, arte più vicina al grande pubblico per facilità di fruizione e dotata di un portafoglio acquisti (sebbene limitato) più cospicuo rispetto al poverissimo teatro, è un ottimo laboratorio a cielo aperto in cui la sintomatologia della crisi di settore è più evidente e la sua evidenza dipende proprio dagli stessi motivi per cui la chiamiamo in causa. Infatti, da ormai una decina d’anni la critica è diventata una pericolosa estensione dei servizi di un ufficio stampa. Asservita ai privilegi (inviti e presenza alle anteprime, accrediti, esclusive di intervista) che non rimborsa più una testata che retribuisce a sua volta le sue penne, ma per cui viene pagata, la redazione è schiava dei proventi di fruttuose media partnership e la critica e suoi esponenti sono, de facto, al servizio della promozione. E le produzioni e gli uffici stampa, consapevoli della posizione subalterna cui langue il giornalismo depauperato della cara vecchia deontologia, tende le sue trappole, rivendicando come una Lady Macbeth questa illusione di potere. Guai a scrivere anche solo tiepidamente di un prodotto! Addio ai benefit e all’inserimento della testata nei preventivi dei preziosi bandi da cui festival, produzioni e rassegne acquisiscono i proventi da cui si fa mercato di recensioni.
La situazione sembrerebbe, anzi, potrebbe apparire più rosea sul fronte dei blog di alcuni accademici o sui profili di creators, che scrivono per “passione”. Convinta che i social media possano essere validi strumenti (se non gli unici oggi) per tornare a parlare direttamente al pubblico con cognizione di causa, abbandonato lo snobismo giornalistico da GenX, sul fronte cinematografico il risultato non cambia. Gli accademici scrivono per il loro circolo chiuso, abbandonando la possibilità di instaurare un dialogo con il pubblico, nascondendo l’incapacità delle proprie penne dietro a paroloni presi in prestito dai manuali di un’università da cui non sono riusciti a fare carriera. I creators cercano in tutti i modi di costruirsi audience più succose possibili (anche acquistando palesemente followers internazionali, per non dire indiani) per poter essere contattati dalle produzioni e sostituirsi alle redazioni (alcune testate hanno iniziato a ingaggiare creators per poter offrire anche la creazione dei reel tra i servizi in listino), vendendo opinioni di comodo al miglior offerente.
Queste zone grigie in cui la critica dello spettacolo sembra infilarsi per poter semplicemente uscire meno sconfitta del previsto dalla battaglia col vil capitale sembrano non rendersi conto del reale sconfitto di questa guerra tra poveri: il pubblico. Di certo meno avvezzo alla riflessione, assolutamente dotato di una soglia d’attenzione più bassa e più limitata rispetto al passato, senza ombra di dubbio più incline a seguire dinamiche di gregge sui social, dove prende una posizione netta e limitata al semplice “mi piace” o “non mi piace”, il pubblico è tuttavia ancora in grado di espletare una funzione primaria dell’intelletto, il pensiero. Al punto da comprendere senza troppe difficoltà che se tutto è “bellissimo”, “capolavoro”, “magnifico”, “mozzafiato”, niente sia bello davvero e che la visione e il commento di un video promozionale di 30 secondi non possa annoverarsi come partecipazione attiva, che l’engagement non corrisponda a un reale coinvolgimento. E dunque, perché il pubblico dovrebbe leggere, riflettere, soffermarsi su qualcosa evidentemente inutile? A lungo andare, la rinascita di una vera e professionalizzata (e quindi contrattualizzata dignitosamente) critica farebbe gioco alle stesse produzioni, perché un pubblico realmente coinvolto acquista più biglietti e più prodotti. Finché la critica resterà impelagata nella rete insidiosa di un capitalismo della prima ora, continuerà a restare invisibile.
Serena Spanò
Ami guardare film, ti piace analizzare ogni dettaglio di un’opera cinematografica e, dopo la visione, non smetti di parlarne, ti piace scoprire costantemente nuovi titoli, e consideri la sala cinematografica quasi una seconda casa: attenzione, potresti essere affetto da cinefilia.
Questo termine indica la passione verso il mondo cinematografico e i suoi retroscena. Tuttavia, nel tempo, ha assunto anche una connotazione negativa, diventando talvolta sinonimo di snobismo e finta superiorità.
Esiste una strana élite convinta di detenere il potere del buon gusto cinematografico. Questa categoria di “cinefili” (così amano definirsi, anche se il loro interesse per la Settima Arte assomiglia più ad un esercizio intellettuale che ad una vera curiosità e forma d’amore) si riconoscono da subito: disprezzano tutto ciò che è mainstream (pronunciando questa parola con evidente disgusto), ostentano con orgoglio la loro cultura sofisticata e se, tra i tuoi film preferiti non citi qualche classico intramontabile o qualche pellicola sconosciuta dalla regia sperimentale, ti guardano con aria di superiorità. Se poi, coraggiosamente, esprimi delle riserve sui loro Sacri Maestri (Tarkovski, Bergman, Bèla Tarr) sono si pongono sulla difensiva: “Se non ti è piaciuto, vuol dire che non l’hai capito.” Fortunatamente, loro accorrono in tuo soccorso, e ti rilasciano un lunghissimo spiegone sul film minimalista completamente in piano sequenza della durata di sette ore. “Eh, ma questo tipo di cinema non è per tutti” ti dicono.
Il grande problema di questa superiorità intellettuale è che trasforma il dibattito cinematografico in qualcosa che, da costruttivo e stimolante, diventa una discussione tossica e pesante.
Non è sbagliato amare il genere di film intellettuali e sofisticati, ma c’è una grande differenza tra scegliere di non vedere il film del momento perché non si è interessati e perché “Ah, ma ne parlano tutti”. La cultura cinematografica non dovrebbe essere un vanto, un premio a cui aspirare o un tratto distintivo di una personalità alternativa. Parlarne, invece, dovrebbe essere un arricchimento, un’esperienza coinvolgente per esplorare e affinare la nostra capacità di giudizio e godere totalmente dell’universo cinematografico nelle sue molteplici sfumature.
Non è questo, d’altronde, che ci insegna il cinema? Non esiste uno sguardo univoco per guardare la realtà: si susseguono lunghissime sequenze, primi piani e soggettive ed, esattamente come in un’opera cinematografica, sulla stessa storia possono instaurarsi infinite prospettive. Nessuno guarda mai lo stesso film, e proprio questa molteplicità di punti di vista è la vera la ricchezza. Come ci ricorda il critico Gilles Jacob:
“La discussione sul cinema è in sé più di un invito al viaggio, è il viaggio stesso.”
Cos’è dunque la critica cinematografica? Quale dovrebbe essere il suo ruolo? Saper parlare di cinema significa saper argomentare, spiegare nel dettaglio cosa funzione e cosa no, evitare di ridurre il proprio discorso ad un semplice “Mi è piaciuto” oppure “Non mi è piaciuto”. E questa discussione può nascere da qualunque tipologia di film, non necessariamente da quelli comunemente più intellettuali: anche dietro la patina apparentemente frivola di “Legally Blonde” o “Harry ti presento Sally” si nascondono più messaggi di quanti si potrebbe immaginare (le commedie romantiche e i chick flicks sono tra i primi ad essere etichettati come “film di serie B”.) Allo stesso modo, anche un film che non sbancherà agli Oscar o che non verrà scelto in qualche festival di cinema indipendente, può rivelarsi un’opera che, nel suo genere, sono dei capolavori. Forse dovremmo smettere di ignorare che anche i prodotti mainstream possono avere qualcosa da dire.
Dunque, ai cari appassionati di cinema che ci leggono, scriviamo un invito: guardate film, appassionatevi, scoprite il più possibile, non perdete la capacità di lasciarvi emozionare dalla magia della visione cinematografica.
Gli intellettualismi sulla Settima Arte lasciamoli agli altri. A noi resta l’amore.
Arianna Gnasso

Non chiamatela “critic*” che si offende. Redattrice per testate di settore come Sipario e GufettoMag, conduce i programmi Blend e Rotopalco su UnderPark Radio, unendo una critica vintage e anacronistica e radiofonia.
Scritto da: Serena Spanò
UnderPark Radio - Vieni a vedere la radio!
Commenti post (0)