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Se un albero cade in una foresta e nessuno lo sente, ha fatto rumore? E se qualcuno scrive opere per il teatro e nessuno lo riconosce, lo ha fatto davvero?
Per lo Stato italiano, no. Il drammaturgo, colui che scrive testi destinati alla scena, non è considerato un professionista. Nessuna tutela, nessun riconoscimento giuridico, nessun inquadramento fiscale chiaro. Eppure, lo stesso Stato riconosce altre forme di scrittura come lavoro.
Diversamente ad esempio dallo sceneggiatore cinematografico: professionalità regolamentata, con accesso a contratti collettivi, tutele sindacali e diritti d’autore gestiti da enti come la SIAE o l’ANAC (Associazione Nazionale Autori Cinematografici). Senza contare i compensi, quantomeno dignitosi.
Perché questa disparità? La risposta sta nella stessa industria teatrale italiana, che sembra avere un rapporto controverso con la drammaturgia contemporanea. Mentre il cinema e la televisione hanno strutture produttive ben definite, il teatro italiano è frammentato, economicamente debole e fortemente sbilanciato a favore della regia. Il regista è spesso considerato l’unico autore dello spettacolo, mentre il testo è trattato come un elemento accessorio.
Ma è sempre stato così?
Non proprio. Seppur vero che la stragrande maggioranza degli autori di tutte le epoche si siano cimentati spesso nelle varie forme dello scrivere, nei secoli passati la figura del drammaturgo godeva di un certo prestigio, tanto lavorativo quanto culturale.
Nell’ Italia del XVIII secolo, personalità come Goldoni, Alfieri erano i principali rappresentanti dell’avanguardia artistica, non solo teatrale, ma di tutto l’ambiente culturale italiano.
Insomma un vero e proprio status.
In quel periodo il teatro respirava rumorosamente tra le strade, tra le voci del pubblico borghese e non, che aveva la necessità di vivere i palcoscenici per vedere raccontati i propri vizi, i propri errori.
Un continuo scambio tra una domanda persistente ed un’offerta forte di questa necessità.
Sicuramente i sostegni economici da parte dei mecenati di quel tempo erano diversi da quelli di adesso, in cui appunto il mecenatismo puro risulta scomparso.
In un contesto anche sociale radicalmente cambiato, la possibilità di poter accedere a qualsiasi tipo di intrattenimento in due click, ha cambiato totalmente la percezione dell’esperienza visiva, figurarsi quella teatrale.
Non vi è più la stessa necessità di una volta, assuefatti da media sempre più pomposi che non fanno che tagliare le gambe ad un mezzo di rappresentazione che di base non ha le stesse possibilità di una produzione cinematografica o la stessa velocità di accesso di un video su YouTube.
Ne esce sconfitto, dunque, il teatro e, di conseguenza, le maestranze che lo popolano. L’autorialità non sembra più essere centrale, anzi non sembra essere abbastanza per garantire in primis un prodotto di qualità, preferendo invece altri aspetti (magari più visivi) per affascinare il pubblico. Chi scrive per il teatro si ritrova dunque costretto a scavalcare in altri territori.
Il risultato? Il drammaturgo oggi è una figura polivalente. Non esistendo un vero censimento di chi pratica questa professione, è difficile stimare quanti siano coloro che scrivono per il teatro, ma una cosa è certa: senza tutele, senza riconoscimento e senza un’industria che li supporti, molti drammaturghi sono costretti a mantenersi con altri lavori.
Il teatro ha bisogno di storie e di chi le scrive. È ora che anche l’Italia se ne accorga.
Scritto da: Giuseppe Graziani
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