Editoriale

Fame di fama : l’illusione della presenza

todayFebbraio 17, 2025 49 5

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Viviamo in un’epoca in cui l’essenza sembra essere stata soppiantata dall’involucro, in cui l’apparire prevale sull’essere. La “società dell’apparire” domina la narrazione contemporanea, e questa sovversione dei concetti fondamentali, dell’identità e del valore, ci conduce inevitabilmente a riflettere sul senso di quella che potremmo definire “fame di fama”.

Guardiamo al caso emblematico di Bob Dylan, ben rappresentato nel recente film con un ottimo Timothée Chalamet. Dylan, pur avendo conquistato un ruolo di primo piano nella cultura musicale e poetica del Novecento, ha sempre manifestato un rifiuto netto verso la fama come fenomeno mediatico. Il suo bisogno di raccontare storie non si accompagnava a un desiderio di apparire, ma a una ricerca profonda e personale, quasi ascetica. Una ricerca che si esprimeva attraverso la musica e la parola, senza preoccuparsi di assecondare le aspettative del pubblico o del mercato.

Oggi, invece, sembriamo attratti dalla superficie, dalla rapidità con cui si può “arrivare” senza passare attraverso un percorso autentico. I social media, da Facebook a Instagram, fino all’estrema velocità di TikTok, hanno alimentato la percezione che la fama sia accessibile con uno schiocco di dita, svuotandola di qualsiasi contenuto reale. Non c’è una ricerca artistica, non c’è la costruzione di una storia: la fama appare quasi come un accidente, un evento fortuito che non richiede nemmeno lo sforzo di una riflessione.

È una fame che non nasce da una necessità autentica, da un’urgenza creativa o comunicativa, ma dal bisogno di essere riconosciuti dagli altri. Una fame che si alimenta della velocità e della ripetizione, della logica del consumo rapido, in cui anche le persone diventano “fast fashion”: mode da consumare e abbandonare in fretta.

Questa fame di fama è un riflesso della “società dello sforzo zero”, dove lo sforzo, la preparazione, la conoscenza degli strumenti sembrano diventati superflui. L’arte, in questa società, è ridotta a una fotografia sbiadita di un capolavoro, scattata senza conoscere nemmeno le basi della tecnica fotografica. Non c’è desiderio di costruire qualcosa di unico, di autentico; c’è solo l’urgenza di apparire, di esserci, anche senza una storia da raccontare o un messaggio da trasmettere.

E così, ci troviamo nell’era degli influencer, una parola che un tempo aveva un peso ideologico e politico importante, legato al concetto di “influenzare” idee, movimenti, pensieri. Oggi, invece, l’influencer è spesso il simbolo di questa fame di fama: qualcuno che conquista attenzione senza necessariamente veicolare significati profondi, che vive nel riflesso del riconoscimento altrui piuttosto che nella costruzione di un’identità personale.

La fame di fama è, in fondo, una fame di vuoto, un bisogno di essere visti più che di essere, un desiderio di essere consumati piuttosto che ricordati. E in questa rincorsa, ci perdiamo. Perdiamo la profondità, la ricerca, il racconto. Perdiamo noi stessi.

Siamo materiale plastico in divenire, abbiamo dimenticato come è sporcarsi le mani per creare un opera d’arte,  il rumore del tornio, l’odore delle tempere, il ruvido del foglio bianco e le ore a rincorrere il giusto accordo.

Siamo argilla senza vita e senza direzione.

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Scritto da: Michele Piramide

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