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Dire che, in Italia, Più Libri Più Liberi (PLPL) è la fiera del libro più chiacchierata corrisponde in parte al vero e in parte no: spesso anche il Salone del Libro di Torino induce polemiche da parte dell’ambiente culturale; non è da meno il Book Pride (anche se più nell’edizione milanese, che in quella genovese). Tant’è che quest’anno chi non supporta la fiera si presenterà con un braccialetto colorato, come segnale di disprezzo e non-condivisione. Ma le ragioni per le quali PLPL solleva solitamente più critiche rappresentano la parte interessante della faccenda: innanzitutto, una questione economica, siccome fra tutte è la fiera più costosa per gli editori. Infatti, nonostante si professi fiera della piccola e media editoria, PLPL richiede 400 € di quota di iscrizione più una quota variabile che dipende dalla metratura e dal numero di lati dello stand esposti: stand di 6 m2 da 1.188 € a 1.254 € e stand da 16 m2 da 3.168 € a 3.344 €.
A prescindere dal fatto che altre fiere chiedano meno (o più) per poter allestire uno stand, il problema che si pone è – anche – di definizione: come può un piccolo editore, dando per assodato che l’editoria (o almeno un certo tipo di editoria) è in crisi, pagare cifre simili?
Lascio la risposta a chi legge, facendo notare che sul singolo libro l’editore ha un margine di circa il 4-5% del prezzo di copertina. A voi i calcoli del numero di copie da vendere per arrivare al pareggio.
Come ogni anno, dunque, e quest’anno anche in relazione al caso Caffo, gli editori hanno cominciato a pubblicare post apologetici e dalla grafica più o meno simile in cui dichiaravano, argomentando, il perché avrebbero partecipato o meno a PLPL. Alcuni editori, come Racconti Edizioni e Pidgin, per di più, già dal 2022 organizzano la Controfiera, con la dichiarata intenzione di opporsi a questo sistema. Ma, almeno a chi scrive, la Controfiera sembrerebbe non essere stata organizzata quest’anno.
PLPL da anni – come altre fiere – sembra essersi trasformata da fiera di settore a centro commerciale: la piccola editoria spesso è votata a piccole tirature ma ben realizzate, in alcuni casi persino edizioni di pregio, che poco si prestano all’idea accumulante detta sopra.
Sotto questi post, poi, le polemiche degli editori che non erano d’accordo con le argomentazioni dei precedenti, in una spirale infinita e senza soluzione, che porta solo a non essere in grado di rispondere alla domanda che, da lettori, ci poniamo tutti: andare o non andare?
Un altro aspetto controverso di PLPL: molti piccoli editori coltivano uno stretto rapporto con le librerie amiche (l’editore per cui lavoro, per esempio, si muove su questa linea), e magari persino escono dal circuito distributivo, vera e propria sanguisuga. Eppure, questa fiera capita a dicembre, mese dei regali, delle feste; mese in cui, diciamolo, si fanno più compere, e le librerie, come ogni altro negozio, è meta degli acquirenti. Insomma, tirando qualche conclusione, sembra proprio che PLPL vada a nuocere a tutto il circuito editoriale – e allora perché partecipare?
Bisognerebbe approfondire altre numerose ragioni, che forse ci condurrebbero solo a decretare che, no, in fondo PLPL non è così dannoso, e quindi a ricominciare con la tiritera di cui sopra. Chi scrive si sente solo di dare un consiglio: andare a PLPL sì, ma accorti, alla stregua di quando vogliamo conoscere la filiera del cibo che stiamo mangiando, così sia per il libro, coscienti dei pregi e dei difetti di ciò che abbiamo sotto gli occhi e del sistema che lo distribuisce.
Scritto da: Fabrizio Pelli
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