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Si può sperimentare nella musica contemporanea?

todayNovembre 14, 2024 108 8

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Bohemian Rhapsody dei Queen, canzone contenuta nel quarto album del gruppo A Night at the Opera del 1975.

Aneddoto che ancor oggi fa scalpore: il manager della EMI music al tempo inizialmente la scartò, definendola troppo lunga, e pertanto non passabile in radio a causa della lunghezza di sei minuti.

Diverrà invece un tormentone mondiale.

Riviste e opinione comune si accordano nel giudicare incompetente il suddetto dirigente, disegnandolo come il cieco davanti ad un capolavoro tutto d’oro; perdipiù il brano è rinomato come composizione sperimentale, come leggendaria opera rock, come una delle canzoni più complesse della band nonché la più amata; infine, il suo videoclip è considerato il primo videoclip promozionale della storia della musica.

La canzone comporta cinque sezioni: un’introduzione corale cantata a cappella, un segmento in stile ballata che termina con un assolo di chitarra, un passaggio d’opera, una sezione di stampo hard rock e un altro segmento in stile ballata che conclude su una sezione solo piano e chitarra.

Pertanto, al suo interno è presente di tutto: rock, glam, opera, teatralità. Freddy Mercury sfida ogni schema, sovrapposizioni vocali ardite, cambi di tonalità complessi e un mix di stili, unì l’approccio musicale più verace e potente del rock e del pop con la cultura “alta” della musica classica, dell’opera e del virtuosismo.

Il pubblico è unanime e d’accordo: un imponente capolavoro sperimentale.

Eppure, a mio pensiero, questa è una via abbastanza piatta, o in discesa, pubblicare un solo “singolo sperimentale” dopo essersi fatti un nome con tre album alle spalle prodotti dalla EMI music, perdipiù una sperimentazione non perdurata che rimane punta d’iceberg, a differenza ad esempio dei Beatles.

Cosa spinge una casa discografica a produrre la sperimentazione? Il mercato, null’altro.

Un DJ amico di Mercury riuscì a farsi dare una copia del brano ed iniziò a trasmetterlo di continuo, il successo fu tale che l’etichetta fu “costretta” a pubblicare il singolo.

Il pubblico (in difficoltà nel piano tecnico e teorico) probabilmente rispose al già noto nome dei Queen con in più una grossa dote di sperimentalismo di facciata, superficialmente ignorante, che rispondeva al periodo progressive in quel tempo in voga. Nulla da togliere alla relativa qualità del brano, ma sicuramente non si può parlare di leggendaria opera rock-sperimentale.

Prediligo personalmente un approccio alla musica sperimentale già dagli inizi, senza l’ausilio di piedistalli aziendali, sintomo di coraggio e ricerca, un istinto solitario dritto, sagace nel trovare un’altra definizione di musica il cui risultato non è prevedibile. Un percorso paradossale nella continuità del progetto artistico, con originalità e sperimentazione in tutto l’arco creativo.

Lo sperimentalismo in musica era già nato, prima del 1975.

Precedenti ai Queen ci furono altri gruppi e figure individuali che misero in piedi e svilupparono il grande cantiere della musica sperimentale senza entrare in contatto con major in maniera duratura.

Erik Satie nel 1917 compose Parade, balletto realista che diede avvio al surrealismo, una commistione tra musica e rumori e iniziò i primi lavori con il pianoforte preparato che diede avvio, grazie a John Cage alla stagione della musica sperimentale (happening, 4’33”, musicircus) gettando le radici per i progetti futuri degli anni ’60.

Il primo album omonimo dei Velvet Underground nel 1967 (sperimentazione tra sonorità punk-noise, brutale innovazione letteraria ed eclettismo autorale) prodotto non a caso da John Cale fu un totale insuccesso.

I Pink Floyd nel 1967 pubblicarono The piper at the gates down ma si guadagnarono un nome aprendo gli Stones.

Nessuna casa discografica credette ai King Crimson, il loro primo album del 1969 In the court of the Crimson fu autoprodotto con un registratore ad otto tracce.

Esempi che rappresentano l’incompatibilità tra visione sperimentale e mercato discografico, in mezzo un pubblico poco informato e conforme esclusivamente ai propri gusti.

Lo stesso Battiato dovette cambiare rotta verso un cantautorato pop per mettere in tasca qualche moneta, i suoi album pubblicati dalla misera Bla Bla (Fetus, Pollution, Sulle Corde di Aries…) non guadagnarono consensi.

Mi spiace, ma il mercato ha poco a che fare con l’avventura della sperimentazione, che nell’atto presente risulta sempre un percorso a sé fuori da ogni schema proprio perché tocca la ricerca, mondo non adatto a poltroncine e cuffie della moltitudine. Infatti, l’apprezzamento mondiale è quasi sempre successivo, frutto della mossa archeologica e nostalgica della discografia e di un pubblico avvezzo all’alternatività, che va poi a creare un canone storico. Ma gli studi, le cantine, i piccoli locali rimarranno sempre nell’evidente una scena primordiale e poco illuminata. E soprattutto non sarà mai il grande pubblico a definire un “artista” sperimentatore.

La sperimentazione decostruisce, per distruggere e poi costruire bisogna conoscere ciò che si rasa al suolo; gli ascoltatori pertanto, prima di oltraggiare la parola “sperimentalismo” debbono spulciare un poco di avanguardia, dalla musica contemporanea al post-genere.

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Scritto da: Archita Giuseppe Russo

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