Cinema

Paolo Sorrentino tra bellezza e malinconia

todayNovembre 12, 2024 167 149 2

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Paolo Sorrentino  si ama o si odia. Le critiche che circondano Parthenope, l’ultima fatica cinematografica nelle sale dal 24 ottobre 2024, sembrano confermarlo. I suoi estimatori ne ammirano la cura tecnica di ogni singolo fotogramma, la capacità di confezionare immagini e sequenze esteticamente incredibili, mentre i suoi detrattori condannano l’eccesivo virtuosismo estetico, talmente estremo da risultare pretenzioso e da appesantire la narrazione. Forse, la verità risiede nel mezzo. La regia di Sorrentino indugia su volti silenziosi e quasi immobili, su effimeri dettagli, talvolta producendo immagini che rasentano il grottesco.

Sorrentino, la cui poetica è permeata da influenze felliniane, crea storie che sfiorano i confini dell’onirico: la percezione di ciò che accade sullo schermo sovrasta enormemente la realtà fattuale degli eventi.  Tale tendenza crea uno stato d’attesa costante nello spettatore, il quale si ritrova sempre a giocare ad un tagli e cuci con fotogrammi esteticamente sublimi.

Il regista crea un inganno narrativo che pone sempre lo spettatore in un costante stato di disillusione, a cominciare dalla scelta dei titoli quasi fuorvianti delle sue opere: la Grande Bellezza si apre con la lunghissima sequenza di una festa squallida e degradante la prima metà de Le conseguenze dell’amore ci presenta un uomo sovrastato dal peso della propria solitudine, i protagonisti di Youth-La giovinezza  sono due anziani in vacanza sulle Alpi. Anche in Parthenope, malgrado la centralità della protagonista espressa dal titolo, ci viene fornita l’immagine di una donna frammentata, controversa, di cui non ci viene mai fornito un ritratto chiaro e nitido ma che resta, fino alla fine, un vero mistero.

Parthenope è l’emblema dei personaggi femminili di Sorrentino: le donne dei suoi film sono sempre bellissime, misteriose, inafferrabili. Sorrentino ci racconta l’esaltazione della bellezza e, in particolare, la declinazione della bellezza nelle sue molteplici forme: la bellezza è un enigma, è privilegio, è tentazione, è sacralità e blasfemia, è oggetto di invidia e di rimpianto da parte di chi l’ha perduta, è un dono fragile che verrà logorato dal tempo. In una scena del film, l’anziano scrittore John Cheveer si rivolge alla protagonista dicendo:

“Non voglio rubare neanche un momento della tua giovinezza”

La vecchiaia, sembra suggerire il film, non può dimenticarsi della giovinezza, ma la giovinezza non può essere macchiata dalla consapevolezza del futuro e della sua progressiva dispersione. E’ un bene effimero che esiste solo in un determinato stralcio di tempo: è eterno nella memoria, nella vita non dura che pochi istanti. A far da collante tra la bellezza e la giovinezza vi sono i grandi temi che dominano la poetica di Sorrentino: lo scorrere del tempo, la malinconia e il rimpianto.

Molti dei protagonisti dei film del regista sono uomini avanti con l’età, che cercano di fare pace con un passato che non rivivranno più. Il mondano Jep Gambardella è uno scrittore trascinato in una Roma festosa e grottesca che non gli offre più stimoli culturali ed emotivi (La Grande Bellezza), l’apatica crisi di due anziani benestanti che si confrontano con la perdita della loro fanciullezza (Youth-La grande bellezza), un ex rockstar di cinquant’anni che si nasconde dietro una maschera di cerone e una parrucca per non dimenticare il suo glorioso vissuto da celebrità (This must be the place).

 Nelle ultime scene del film, anche Parthenope ci apparirà invecchiata, più grigia, e, forse, più umana che mai. L’apparizione finale di Parthenope invecchiata ci ricorda che non abbiamo assistito al racconto della sua vita, ma alla sua percezione. E allora, il ricordo della vita diviene più intenso della vita stessa. La malinconia diviene il filtro che permea l’intera narrazione, ma la sua funzione è fallace: non si vedono i grandi eventi, ma i dettagli futili, le simbologie, le metafore stranianti.

Nella pellicola autobiografica E’ stata la mano di Dio, il giovane protagonista, identificabile con lo stesso Sorrentino, scopre nel cinema il mezzo salvifico, per raccontare la sofferenza in seguito alla morte dei genitori e la propria malinconia, giungendo alla consapevole che il passato, in fondo, è invivibile: è solo una storia che raccontiamo a noi stessi. Questa è forse l’unica storia che valga la pena di essere narrata.

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Scritto da: Arianna Gnasso

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