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La musica. La politica. La musica e la politica.
Una coppia probabilmente, di sposi, di amanti, di sconosciuti. Dipende dai punti di vista.
La musica è politica?
Si dice che la musica sia condivisione, può darsi. Già nel Paleolitico, dalla nascita del ritmo, dall’alterazione spontanea della voce, si generò la musica, il rito, la liturgia, la socialità attorno al suono. E dove esiste civiltà esiste politica.
Non pochi studiosi, infatti, son ricorsi al mondo della canzone per approfondire l’evoluzione della società. Quindi musica e politica si connettono, si legano, nelle pagine della storia, parlando d’Italia, già dall’Illuminismo, nel Risorgimento, nel grande secolo novecentesco. Ed in questo modo è studiato tutto il Mondo: l’uomo, essere politico, e la musica, una delle tante sue rappresentazioni politiche. Possiam trattare questa tematica avvalendoci, un poco, di storia della musica, di etnomusicologia, perché la musica organizza la società e rafforza i legami tra le persone, così dicono.
Partendo dal “Secolo Breve”, il Novecento, il jazz non può che rappresentare una “storia sociale” citando di nuovo Hobsbawm. Luce quindi sulle lotte del popolo nero con il suo messaggio politico e valore culturale, il diritto umano, il multietnico. Dal giogo della schiavitù si eleva un canto di libertà, di giustizia e di pace. Dagli spiritual, dai jubilees di redenzione, dalle frustate, nasce una musica rivoluzionaria che fonde la cultura africana con quella europea: il jazz. Ma Davis, Coltrane, Mingus non sono esclusivamente politici. Il jazzista Ottaviano afferma: “non intendo veicolare specifici contenuti politici, ma optare per una costruzione estetica che imponga l’ascolto profondo piuttosto che accondiscendere all’intrattenimento ed alla banalizzazione del pop”.
Parlando della Penisola, studiosi come Emilio Franzina, Alessandro Volpi, distinguono la canzone dell’Italia “legale” tramandataci dalle cerimonie ufficiali, dai manuali, dalle liturgie nazionali, e la canzone dell’Italia “reale”: La leggenda del Piave distinta da Bella ciao. La canzone sociale italiana si presenta al pubblico quindi con le “Osservazioni sul folklore” di Gramsci e gli studi etnomusicali di De Martino. Dopodiché la tradizione del canto come tratto costitutivo del linguaggio politico italiano. Claudio Villa e Cantacronache, dicono, furono icone del Festival dell’Unità, contro la “degenerazione” della musica giovanile, considerata un prodotto del capitalismo per il PCI. Generale di De Gregori, Auschwitz di Guccini, La guerra di Piero di De Andrè, Dalla, Gaber, Battiato: la stagione, si, delle canzoni ideologiche, ma non solo. Anomalo Stratos che cantava sia alle occupazioni universitarie che alle feste dell’Unità, forse a rappresentare la fine della politica come elemento discriminante. La canzone sociale e non social.
La musica politica dei Beatles è forse morta oggi? Paul McCartney è morto?
Personalmente poco m’interessa.
Non nego che la musica abbia il suo lato politico, è impossibile, tuttavia l’apprezzo maggiormente per l’atto creativo, lo slancio individuale, l’intimità della composizione. La persona che si misura con l’invisibilità della melodia, tanto cara misteriosamente alle nostre orecchie. Dipoi, è evidente, ogni azione, nel mondo sociale e civile, è politica. Tutto è politica! Così dicono! Woodstock è l’esasperazione dell’aspetto ideologico della musica.
La Musica, la Donna, la Musa della dualità sociale e dionisiaca, tra l’attenzione ed il perdersi.
La frattura interiore e contraddittoria dell’uomo. Fu prima il suono, l’atavico suono melodioso ad insinuare l’uomo ancor scevro intellettualmente, quindi povero di civiltà, di politica.
Scritto da: Archita Giuseppe Russo
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