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play_arrowJust Music Flusso d'incoscienza
Perché Sanremo è Sanremo? Il Festival della canzone italiana (ci sarebbe da interrogarsi a lungo sulla validità odierna di questa definizione) condotto da Carlo Conti ci lascia con questo raggelante interrogativo.
Dopo la perdita dell’esclusiva sulla gestione del Festival, mamma Rai avrebbe potuto cogliere l’occasione ghiotta di mostrare una condotta professionale, efficiente, facendo ben sperare i bookmakers e gli addetti ai lavori sin dalle prima battute. La selezione di numerosi artisti “fuori dal coro”, un morigerato ma ai nostri ricordi simpatico Carlo Conti alla conduzione, i blasonati nomi indicati nella gestione del comparto tecnico si sono rivelati nei giorni festivalieri quelle buone intenzioni che di norma lastricano l’inferno, secondo il detto popolare: a partire proprio dal comparto tecnico, la regia del Festival è stata a dir poco al limite della stimolazione epilettica, con diversi errori e buchi di audio; la conduzione di Carlo Conti è stata una maratona fin troppo ritmicamente sostenuta, condita da battute da bar raggelanti e spesso fuoriluogo; la selezione artistica ha ingannato il pubblico per poi rivelarsi il trionfo del management sulla qualità musicale.
L’ultima serata di Sanremo ci ha illuso, facendoci intravedere una luce, il sogno che il “canto dorato” potesse tornare a guidare la musica italiana. Brunori e Lucio Corsi, con il loro secondo e terzo posto, sembravano quasi annunciare un ritorno al respiro lungo, al lirismo, a una bellezza che non ha paura di esporsi. Eppure, la vittoria è andata a Olly, simbolo di un panorama musicale frammentato, variegato, forse troppo sfuggente per radicarsi in una vera direzione. Resta la sensazione che, con un epilogo diverso, questo festival – pur con la sua piattezza – avrebbe potuto segnare una svolta, restituendoci quella musica capace di sollevare il tempo. Invece, resta una gioia a metà come un sogno svanito all’alba, lasciando in sottofondo un interrogativo su ciò che la musica italiana vuole davvero essere.
La Rai si è dimostrata nuovamente pavida nella gestione delle polemiche ponendo un conduttore – fantoccio su un palco privo di contenuti da commentare, debole di fronte alla stampa, manovrabile dalle manager più in voga, spudorata e poco assennata in questa speriamo ultimo folle desiderio del condannato. Una collaborazione messa in bilico questo inverno con la richiesta del comune di Sanremo di procedere per le prossime edizioni con una gara d’appalto che affidi la messa in onda e la gestione del Festival alla struttura più meritevole, avrebbe forse richiesto da parte di Rai una risposta decisa in termini di efficienza e di alta qualità dello show business e dell’entertainment management. Invece, le uniche valide proposte messe in campo dal nostro servizio pubblico sono stati gli eventi di contorno, il dopofestival elegantemente gestito da Cattelan e il palinsesto i Rai Radio2 che hanno visto impegnati, tra gli altri ammirevoli professionisti, gli ottimi Gino Castaldo ed Ema Stokholma.
Francesco Bianconi scriveva per i Baustelle in Eurofestival:
“Via, portatemi via
Lontano da qui
Io non voglio più
Soffrire così
Ho perso la fede e la verginità
Buttatemi fuori dal festival”
E infatti la magia del festival si è svolta fuori dalle mura dell’Ariston, nei circoli, nei club e nelle redazioni che hanno dedicato serietà e impegno nella comunicazione e partecipazione dell’evento a dimostrazione che di un festival della canzone italiana abbiamo bisogno. Il nostro festival, ad UnderPark Radio, lo abbiamo vissuto nella bellezza della condivisione di prospettive dissacranti ma deontologicamente ineccepibili in diretta radiofonica e in studio nei nostri watchparty, e specialmente nella scoperta di giovani artisti come Marco Di Nunno, Cesare Augusto Giorgini, Lunea, Amnesia e Loox che hanno dato anima e corpo al nostro piccolo Sanremo giovani, mostrandoci che una competizione di qualità è possibile anche senza budget.
Il comune di Sanremo ha forse ragione: il Festival di Sanremo lo fa la musica, non lo show. Ma la disfatta di Rai riaccende una flebile speranza di rinnovamento per l’edizione del 2026, che saremo pronti a commentare.

Non chiamatela “critic*” che si offende. Redattrice per testate di settore come Sipario e GufettoMag, conduce i programmi Blend e Rotopalco su UnderPark Radio, unendo una critica vintage e anacronistica e radiofonia.
Scritto da: Serena Spanò
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