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play_arrowJust Music Flusso d'incoscienza
Ad oggi, ogni giorno, son “pubblicate” nei meandri dell’internet 120 mila canzoni, più di quante ne vennero pubblicate in tutto l’anno 1989.
Questo recente studio non mi sorprende, siamo nell’epoca dove tutto è ammesso, nella quale ogni persona (specialmente nell’ambito artistico) può fare di sé stessa “un capolavoro”.
Perché il “fare arte” non ha nulla di definito, è una nube sfumata nella quale ogni limite è sottile, pertanto è presa di petto e frequentata da ogni individuo che si auto-esalta, inconsapevolmente, ad “Artista”.
La maggior parte di queste canzonette non raggiunge i 1000 ascolti, testimonianza quindi che il fare musica non è più materia esclusiva dei musicisti, ma soprattutto degli ultimi arrivati.
Tutti cantanti, cantautori, rapper, rockettari. Un grande dopolavoro e non capolavoro.
Non serve più essere musicisti per comporre un brano ma dei grossi appassionati.
Che passatempo!
L’amatorialità entra in gioco ma non alla pari, surclassa con la sua maggiore quantità di numero i pochi musicisti; pertanto, di qualità ce n’è ben poca ma non è un’evidenza (per le orecchie più cafone). Si viene a creare invece un canone musicale, di bassa lega, che determina l’onda, la moda, la mondialità.
Badate, non inveisco contro l’emergente, ma la grande quantità racchiude sempre basso livello, i più bravi son pochi, in tutto. Pertanto, scovare chi davvero merita diventa continuamente più difficile.
Rimane all’orecchio più educato un’assenza di arrangiamenti, di testi, di ricerca, di un progetto solido, e una miriade di canzonette uguali ma che giocano alla celebrità.
Un tempo pubblicare un brano significava avere a che fare con una casa discografica ed un produttore, entità che oggi a malapena resistono. L’indie ha aperto le porte, l’hip pop ha messo in primo piano le basse strade, l’homemade con il suo computer ha trasformato una stanza singola in uno studio.
Non esiste nessuno che dica un severo no.
Internet è diventato il produttore (muto) di oggi e la casa discografica il social, ovvero la visibilità. Ed allora tutti a cantare!
Anche in passato di musica scadente ce n’era, errore però esclusivo degli addetti ai lavori quindi dei produttori e dei musicisti di professione, il livello era abbastanza amalgamato, gli appassionati erano una branca e non la quasi totalità della scena.
Tralasciando il banale discorso della gavetta, in precedenza un vero musicista era consapevole di fare musica, s’interessava, s’impegnava ogni giorno a comprendere sé stesso e ciò che di musicale gli era attorno, non si parlava di mera esposizione delle proprie emozioni, psicologismi ed elegie poco dignitose, con tutta facilità però oggi pubblicabili.
Oggi son scomparsi gli album, gli studi di registrazione, le critiche veritiere delle stampe, i locali più audaci con un pubblico residente ancor più audace, poiché tutto il sistema musica si è conformato all’amatorialità.
Vagonate di open mic, di release del proprio singolo, di spazi accoglienti un pubblico che con il drink in mano, vuol vedere solo il suo amichetto “esprimersi”.
Solo piatta amicizia e assenza di musica.
Ciò che emerge da questo calderone avariato è destinato a segnare la musica in negativo.
L’arte è spietata, non permette democrazia alcuna, non è per tutti.
L’oggi, così permissivo con la grande plebe, è ormai macchiato artisticamente.
Scritto da: Archita Giuseppe Russo
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